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04 August 2008 @ 08:47 pm
E questa è la recensione di Kerrang.
Autore: Daniel J. Lane
Scan: 1
MUSE
KENSINGTON ROYAL ALBERT HALL, LONDRA
12.04.08
KKKKK
IL MEGLIO DEL DEVONSHIRE DA’ IL PROPRIO SUPPORTO AL TEENAGE CANCER TRUST.
Per quanto possa essere stato spesso associata all’annuale concerto classico della BBC per sessantasette anni, e per quanto possa sembrare l’ambientazione meno appropriata in tutta Londra, per un concerto rock, la Royal Albert Hall è appena entrata a far parte della storia del rock stesso. Negli anni sessanta ha ospitato i Beatles, i Rolling Stones, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, i Cream ed i Deep Purple, i Led Zeppelin vi si sono esibiti negli anni settanta e, più recentemente, i Meat Loaf e gli dei del metal Judas Priest hanno altresì graziato la Royal Albert Hall facendone un palco sul quale suonare. Perciò, adesso tocca alla migliore band live di tutta l’Inghilterra (™) unirsi al già nutrito gruppo degli alunni della RAH.
Ma prima di tutto tocca a Roger Daltrey, frontman degli Who, ricordare a tutti noi 5500 per quale motivo siamo effettivamente qui stanotte. I Muse chiudono la penultima serata di una settimana di show organizzati da Daltrey stesso per aumentare la consapevolezza del pubblico, nonché la disponibilità monetaria in favore dell’associazione, riguardo al Teenage Cancer Trust. E, quando due giovani sopravvissuti alla malattia avanzano sul palco per introdurre gli headliner della serata, in un mondo di sempre crescente apatia è un piacere ricordare che la musica rock può ancora cambiare la vita delle persone.
Introducendosi al pubblico con Take A Bow, da Black Holes & Revelations, del 2006, il potentissimo trio del Devonshire cerca di scuotere fin nelle fondamenta questo edificio vecchio di centotrentasette anni, con un muro di tonanti batterie e grandiosi feedback prima di ringraziare brevemente Daltrey mentre già le note iniziali di Map Of The Problematique cominciano a diffondersi nell’aria. Ma è il riff iniziale di una semplificata e ruvida versione della hit electro-dance Supermassive Black Hall che finalmente riesce a far saltare in piedi gli ultimi esponenti della folla che ancora stavano seduti, mentre l’intera scena esplode in un unico enorme mosh-pit (no, davvero). Da qui in poi, si susseguono una serie di ‘greatest hits’ – New Born, Feeling Good, Invincible, Time Is Running Out, Stockholm Syndrome, ci sono tutte – prima che la marcia trionfale dei Muse si concluda in un mare di palloncini che scendono dal soffitto.
Mentre il bassista Chris Wolstenholme ed il batterista Dom Howard tornano sul palco per un bis di Megalomania, il frontman Matt Bellamy può essere ricercato dietro di loro, mentre fa tintinnare il maestoso organo della Royal Albert Hall. Segue un ruggente riarrangiamento di Plug In Baby, prima che l’epico spaghetti-western-in-aria-di-prog che è Knights Of Cydonia porti la serata ad una gloriosa conclusione. Infine, ascoltando le ultime note, non si può fare a meno di lasciar vagare lo sguardo sulla mischia di arti flagellati e corpi volanti che circondano il palco e chiedersi come diavolo possano essere riusciti tre uomini ed un po’ di sintetizzatori a fare tutto questo pesantissimo chiasso?
***
Note. Quando una rivista musicale fra le più importanti in tutto il Regno Unito imposta una recensione di due pagine su una sola esibizione in un gruppo di mezze dozzine di concerti nell’ambito di una manifestazione musicale da una settimana ed altrettanti ospiti celebri, si ha la chiara impressione che si sia trattato di un evento epocale. Se lo fanno due, la sensazione si acuisce.
Se lo fanno in tre, diventa addirittura una certezza.
In occasione di questa benedetta esibizione l’hanno fatto NME, Q e Kerrang. Ogni dubbio è sparito XD Fortunatamente, però, questa è pure l’ultima recensione del gruppo. Giuro: non ne potevo più di sentire parlare di questo concerto! XD
PS: Comunque no, non lo so cos'è un mosh-pit. Stupida stampa musicale mainstream inglese. *piange*
 
 
Current Music: Prince - Purple Rain
 
 
04 August 2008 @ 08:16 pm
Recensione di NME della partecipazione dei Muse al Teenager Cancer Trust del 2008, contenuta nell’uscita del 26 Aprile dello stesso anno.
Autore: Mark Beaumont
Scan: 1-2
 
MUSE
ROYAL ALBERT HALL
Sabato 12 Maggio
 
Informali? Pah! Anche senza le fiamme e gli altri trucchi di scena, Matt Bellamy e compagnia sono imbattibili.
 
I Kiss senza trucco. Brandon Flowers senza baffi. Iggy che non si dimena sul palco. I Panic At The Disco senza !. Idee intriganti, ma potrebbero funzionare davvero? Lo stesso si potrebbe pensare dei Muse senza luci e fiamme; senza le campane di pixel e gli zufoli gonfiabili. La loro immersione nella guerra lampo tecnologica è stata pienamente realizzata a Wembley; basta pensare agli schermi delle dimensioni della Grande Muraglia Cinese che proiettavano iper-immagini futuristiche che avrebbero potuto confondere perfino le sinapsi di un cieco, o alle ballerine sospese in aria da grandi lune galleggianti. Non si parlava tanto di Ballare Con Le Stelle, quanto di ballare sopra di esse, perciò l’idea che i Muse possano suonare in una location troppo piccola per ospitare le installazioni visive che hanno utilizzato durante l’H.A.A.R.P. Tour, e per giunta, oddio, in occasione di un’esibizione di basso profilo è folle come l’idea che Elton John possa festeggiare un modesto settantesimo compleanno con sei amici intimi al Colchester Pizza Express.
Eppure, si è trattato davvero di un’esibizione di basso profilo. Nessun satellite idraulico a sollevare la batteria, nessun pannello di controllo radar al laser, nessuna fontana di fuoco, nemmeno i tubi al neon che producevano bolle di Reading ’06. Niente, l’intero set per il Teenage Cancer Trust, stasera, comprende una striscia di schermi di soli cinque piedi tagliata fuori dal loro consueto enorme schermo e posta dietro la pedana della batteria, che mostra una scheggia delle proiezioni che utilizzano solitamente – un pezzetto di mappa stellare qui, una scaglia di un esercito di robot marcianti lì. Con i Muse che si allontanano dai soliti fasti, la cosa più brillante sul palco sono i pantaloni verde vomito di Dominic Howard. Probabilmente hanno pensato che sarebbe stato grossolano, ed avrebbe distratto dal messaggio dell’evento, che il pubblico seguisse il commovente video dei giovani pazienti ammalati di cancro con tutto intorno un’esplosione accecante di demenza di pixel alla matrix, perciò hanno pensato bene di lasciare che, per stasera, lo spettacolo pirotecnico fosse fornito dal Rock.
Ed Il Rock c’è riuscito alla grande. Qualsiasi suggerimento secondo il quale i Muse potessero allontanarsi dalla maestosità di ciò che li circonda, rende più grandiosa la venerabile vecchia boccia per pesci in cui stanno suonando, e spezza le melodie acustiche ed i quartetti d’archi per un viaggio attraverso i loro grandi successi che esplode nella sala sull’attacco sturm und drang di ‘Take A Bow’. La sua fumosa interiorità si dipana assieme all’apocalittica magniloquenza del pezzo, che cresce da un’introduzione su ritmo techno che sembra sprigionarsi da un lettore CD portatile dietro la batteria di Dom, per poi sfociare in una percussione di rock operistico apocalittico come nessuna cavalcata Wagneriana che abbia mai calcato il palco dell’Albert Hall. La band è del tutto pronta ad andare incontro allo splendore ed alla magnificenza della RAH, con le loro canzoni, ed improvvisamente realizzi che questo storico edificio, e non il Wembley Stadium, è stato costruito apposta per un concerto dei Muse; per questo catastrofico impatto fra musica classica e lo scricchiolante rock di Rachmaninov e dei Rage Against The Machine.
‘Map Of The Problematique’ con il suo tempestoso (Depeche) modernismo. ‘Supermassive Black Hole’ ed il suo baldanzoso funk. L’estetico battere simultaneo delle mani di ‘Starlight’, il rampante pogo di ‘Time Is Running Out’. Questi sono i momenti più pop fra i quali i Muse non pongono interruzioni, sciorinando un catalogo di alcuni fra i più vulcanici riff dell’ultima decade, i ritmi più battenti e gli acuti più alti mai raggiunti, toccati in passato solo da una iena castrata. ‘Hysteria’, ‘Stockholm Syndrome’, ‘New Born’ e la straordinaria ‘Butterflies And Hurricanes’ (completata da un virtuoso interludio di piano alla Busby Berkeley, come se i Muse volessero trascinare un po’ dello show da stadio rimasto appiccicato alle suole delle loro scarpe all’interno dei RAH): questi sono novanta minuti in cui non si più fare a meno di rimanere a ciondolare fra le fiamme sulfuree dell’inferno con le migliori canzoni del Diavolo sparate direttamente in faccia. Semplicemente, sapete, un concerto rock.
Sono i dettagli più particolari che rendono la notte magica, comunque, le piccolezze che usualmente si perdono sotto la maestosità audiovisiva. Come il modo in cui, durante ‘Feeling Good’, il coperchio trasparente del pianoforte di Matt riflette le linee che si illuminano [traduzione di un verso della canzone, ndt]. Si scivola in ginocchio e la chitarra comincia a girare sul crescendo della gargantuesca ‘Plug In Baby’ o sull’assolo superumano in finger-tapping di ‘Invincible’, che non è mai sicuramente stato suonato da nessun uomo mai partorito da donna. Ed il modo in cui, durante il memorabile assolo di ‘New Born’, Matt suona sul touch-pad luminoso della propria chitarra delle note talmente acute che ti aspetti quasi di sentirne uscire altre perfino dalla tracolla.
Dopodichè, come se stesse sfidando a braccio di ferro la RAH per decidere a chi spetti il diritto di agire eroicamente, Matt suona la sala stessa. Illuminato in una fessura della parete dietro il palco, carica l’enorme organo da chiesa che riempie l’intero spazio per regalare al pubblico un’entusiasmante riarrangiamento di ‘Megalomania’, un monumento funebre in onore delle chitarre spagnole dalle atmosfere accattivanti e favolesche attraverso le quali l’organo squilla come fosse lo stesso flauto di Pan. Infine, dopo aver fatto capire al posto chi è che comanda, Quel Riff di ‘Knights Of Cydonia’ impatta come un meteorite fuso contro la folla in delirio, riducendo la sala a poco più che un cratere; dal momento che il suo scopo principale è stato esaurito, potrà anche essere rasa al suolo. L’ultima sera del prog? Il V Festival dovrebbe tremare nelle proprie scarpe.
 
***
 
Nota. Poi mi si chiedono i motivi della mia devastante antipatia nei confronti dell’industria musicale mainstream dell’alternative inglese. Basta leggere questo articolo. Leggetelo in originale, ve ne prego: odiatelo e compatitemi.
 
 
Current Music: Aphrodite's Child - Spring, Summer, Winter And Fall
 
 
04 August 2008 @ 07:56 pm
Il Teenage Cancer Trust è un’associazione fondata da Roger Daltrey (leader degli Who, nota band rock inglese) che si occupa di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro e per la somministrazione di cure adeguate in particolare agli adolescenti che soffrono di questa tremenda malattia. A questo scopo, ormai da otto anni, viene organizzata una grande manifestazione musicale in più serate alla Royal Albert Hall, durante la quale si esibiscono i migliori gruppi sulla piazza al momento. I guadagni effettuati con la vendita dei biglietti d’ingresso sono interamente devoluti in beneficenza.
Questo articolo è uno dei tanti (più precisamente, è quello apparso su Q all’indomani dell’esibizione) che recensisce lo show dei Muse, headliner dell’evento per il 12/04/08.
Autore: Paul Elliot
Scan: 1-2
 
MUSE
ROYAL ALBERT HALL, LONDRA
Sabato, 12 Aprile 2008
****
 
EUFORICA SERATA PER RACCOGLIERE FONDI. ENORME ORGANO INCLUSO.
 
La manifestazione musicale per la raccolta dei fondi per il Teenage Cancer Trust, alla Royal Albert Hall di Londra, giunta quest’anno alla propria ottava edizione, porta sempre con sé almeno una genuina sorpresa, come il duetto fra Paul Weller e Noel Gallagher l’anno scorso, che si esibirono in una jam session sulla b-side The Butterfly Collector. Quest’anno, il momento speciale è arrivato durante un breve spezzone di varietà comico presentato da Noel Fielding dei Mighty Boosh, quando i Razorlight sono apparsi per un’esibizione acustica non programmata. Hanno “momentaneamente interrotto” la registrazione del loro nuovo album nella Londra del Nord perché, come ha spiegato Johnny Borrel, “Noel è un mio caro amico”.
Un tipo di approccio così informale e moderato è proprio in linea con lo spirito di questi eventi, durante i quali gli artisti coinvolti possono sentirsi liberi di provare qualcosa di diverso, perché è la causa ciò che conta (le allarmanti statistiche, mostrate in un breve filmato introduttivo, dicono che ogni giorno, nel Regno Unito, il cancro viene diagnosticato ad almeno sei adolescenti). Per i Muse, tutto ciò ha comportato semplicemente strizzare la propria grandezza in una location che potesse contenere “solo” 5500 persone. Come il trio ha enfaticamente dimostrato nei dieci anni appena trascorsi, la “moderazione” non è proprio nel loro stile.
I precedenti show dei Muse nella capitale, al Wembley Stadium il 16 ed il 17 giugno del 2007, hanno mostrato lo stesso tipo di spettacolo che i Queen ed i Pink Floyd erano riusciti ad ottenere negli anni ’70 e negli anni ’80, per quanto Freddie Mercury non avesse mai avuto dei danzatori sui trapezi ciondolanti giù da dei palloni giganti. Gli show a Wembley hanno consolidato la reputazione che, per i Muse, è effettivamente diventata una specie di sottotitolo: quella della migliore live band inglese. E come tali sono stati attesi come l’attrazione maggiore del TCT 2008, al punto da oscurare la fama dei Madness, dei Fratellis, di Weller e di Duffy, che avevano suonato precedentemente in settimana, e perfino del fondatore del progetto, Roger Daltrey, che ha guidato gli Who nella serata di chusura.
Come maestro di cerimonie per la settimana, è Daltrey che introduce i Muse questa sera, fiancheggiato da due giovani uomini che hanno beneficiato del programma del Trust e sono attualmente in riabilitazione. L’entrata dei Muse è sorprendentemente informale: passeggiano senza meta sul palco chiaramente illuminato e salutano il pubblico come stessero rincontrando amici di vecchia data in un pub. Ma una volta che le luci si sono sbiadite nella penombra, e la portentosa introduzione di Take A Bow tira fuori dal pubblico le prime, assordanti urla, i Muse cambiano immediatamente il proprio atteggiamento in quello più tipico di un concerto rock da stadio.
Quando Matt Bellamy si esibisce nella sua prima power chord inarca la schiena in una classica posa da guitar-hero, e poco dopo, giusto per ridere, si mette a divagare con dei brevi frammenti di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin e di Purple Haze di Jimi Hendrix. I Muse non hanno mai nascosto il loro amore per il rock della vecchia guardia: ed è ancora più evidente nel climax di Take A Bow, che ricorda molto quelli dei Queen. Ma, come i Foo Fighters, ciò che offrono è uno show da stadio con uno stile eccentrico che è veramente una cosa di loro esclusiva proprietà.
Per i Muse, tutto questo significa citare allegramente chiunque sia mai stato “grande”, dall’enorme riferimento agli U2 più vintage degli anni ’80, ampiamente richiamati da Butterflies And Hurricanes, fino all’euforico stile dance-pop dei New Order dei primi anni ’90, finanche perfino ai lontani echi degli Iron Maiden che appaiono sulla linea di chitarra di Bellamy durante Stockholm Syndrome.
Contrariamente, però, diciamo, ai Radiohead, che i Muse citano con notevole classe durante Invincible e Time Is Running Out, la pomposità e la bravura nell’imbastire lo spettacolo non li fanno percepire dal pubblico come goffi e sgraziati. Piuttosto, per i Muse è un po’ come trovarsi in una festa, e perfino durante questo show, inizialmente pensato come uno spettacolo più tranquillo, la band non può fare a meno di aprire la propria scatola dei trucchi: durante Bliss viene rilasciata dai balconi superiori una dozzina di enormi palloni, i quali sono stati sballottati qua e là dal pubblico prima di esplodere in una pioggia di coriandoli. L’ultimo viene fatto scoppiare da Bellamy stesso con la punta della paletta della sua chitarra, perfettamente in sincrono con le ultime battute della canzone.
Fino al momento del bis, Bellamy sembra del tutto scomparso, almeno fino a quando un riflettore lenticolare lo inquadra su una loggia sopraelevata rispetto al palco, dove sta seduto di fronte ad un enorme organo in pino, il secondo più grande in Inghilterra, la cui gigantesca dimensione fa sembrare il cantante un nanetto. Come durante una scena del Fantasma Dell’Opera, Bellamy si guarda alle spalle con un ghigno canzonatorio e guida la band in un grandioso riarrangiamento di Megalomania, l’altisonante canzone di chiusura dell’album Origin Of Symmetry, del 2001, nonché una delle canzoni che la band ha suonato più raramente dal vivo.
Knights Of Cydonia, che è allo stesso tempo una delle più eroiche, ambiziose e ridicole canzoni dell’arsenale dei Muse, naturalmente chiude lo show. Il suo vigoroso riff principale – immaginate i Metallica che suonano gli Shadows – è così insistente da costringere la massa a cantare in sincrono con la band.
L’esibizione si chiude con grandi sbuffi di fumo che si sollevano dal palco. Con un ultimo saluto, i Muse vanno via – non per ritirarsi nell’affollato bar del backstage, ma per introdursi in un’ospitale suite per uno speciale incontro con un gruppo di giovani pazienti ammalati di cancro. “Ce n’erano circa trenta o quaranta, tutti abbastanza eccitati”, dice Bellamy il giorno dopo per telefono. “Stavano seduti accanto al palco durante il concerto, ed erano particolarmente coinvolti”. Piuttosto. La serata, viene fuori, è stata particolarmente importante per lui. “Stiamo supportando una causa importante che ci sta molto a cuore – conoscevamo un ragazzo, a scuola, che è morto giovane, e non abbiamo mai dimenticato questa cosa… inoltre, avevamo l’occasione di poter suonare alla Royal Albert Hall, ed io dovevo riuscire a suonare quell’organo!”.
 
 
Current Music: Incubus - I Wish You Were Here
 
 
04 August 2008 @ 07:46 pm
Per motivi assolutamente assurdi, amo quest’intervista *_* Apparsa (credo) su NME poco dopo l’esibizione dei Muse alla Royal Albert Hall per il Teenage Cancer Trust, è un piccolo vademecum delle intenzione dei Muse per l’estate del 2008. Si parla dei festival ai quali parteciperanno, di cosa stanno organizzando per l’occasione e si fanno anche un paio di domande un po’ più personali a Matt – domande che sono un po’ la manna per il fangirling. Stranamente, Matt non sembra un pazzo assatanato. E pare voglia “ripulirsi” per riuscire finalmente a far colpo sulla propria cittadina di provenienza. A dimostrazione che certe ossessioni non passano proprio mai… XD
Scan: 1
 
MUSE
 
DOVE: Al Marley Park di Dublino, al V Festival di Hylands Park a Chelmsfors ed al Weston Park in Staffordshire.
QUANDO: Il 13 e poi il 16-17 Agosto.
 
Come vi sembra l’estate del 2008?
MATT BELLAMY (voce): Sarà un’estate piuttosto succulenta per noi, davvero. Ci esibiremo un po’ e cominceremo a parlare di qualche idea per nuove canzoni, ma non ci metteremo seriamente al lavoro sul nuovo album prima del V Festival. Quando sei stressato dopo essere andato in giro per anni e anni ci vuole un po’ per abituarsi a non avere niente da fare, perciò quando si riesce finalmente a rilassarsi la sensazione è bella.
 
Quindi oltre al V suonerete anche all’aperto in Irlanda, no?
Sì, mi piaceva l’idea di partecipare ad un bel festival all’aperto in Irlanda, perché l’ultima volta che abbiamo suonato lì, all’Oxegen Festival, ha piovuto continuamente. Suoneremo per 20,000 persone, perciò non è che si tratti esattamente di un riscaldamento in previsione del V, sarà un vero e proprio show. E questo sarà quanto, per il resto dell’anno.
 
Pensi che la scaletta per i festival estivi cambierà radicalmente rispetto a quella che avete suonato a Wembley l’estate scorsa?
Be’, di sicuro non si tratterà della seconda parte di Wembley. Probabilmente proveremo a riarrangiare qualche vecchia canzone e qualche cover… magari anche una o due nuove canzoni, dato che ci sarà sicuramente qualcosa di pronto per allora.
 
Come si fa a bilanciare fra il bisogno di dare alle persone ciò che vogliono e quello di esprimere la propria creatività durante i festival?
Questa domanda si adatta alla stessa idea di suonare in una band. Proviamo il naturale desiderio di soddisfare la folla, forse maggiormente rispetto ad altre band: se mi guardassi dall’esterno, vorrei vederci suonare il riff alla fine di Knights Of Cydonia ogni volta, perciò non esiste la possibilità che venga esclusa dalla scaletta. Ciò che soddisfa noi tende a soddisfare anche i fan, e non riesco a capire perché una band non dovrebbe sentire il bisogno di rendere felice la folla di un festival.
 
Hai qualche programma personale per l’estate?
Mia madre è tornata nel Devon, adesso, ed anch’io ho un posto tutto mio lì, non molto distante dal posto in cui vive anche Chris [Wolstenholme, bassista], perciò penso che ci ritornerò qualche volta negli anni. In realtà stiamo perfino pensando di lavorare a qualcosa là. È estremamente divertente per noi andare in giro e visitare i luoghi che frequentavamo a Teignmouth, rendendoci conto di quanto differenti siamo diventati rispetto ad allora, ma questo riesce in qualche modo anche a farci sentire esattamente come quando eravamo più giovani.
 
C’è già una statua del vostro trio all’ingresso di Teignmouth?
Non ancora. Penso che l’amministrazione stesse pensando di usare il nostro nome per qualche cartello tipo “Teignmouth: la casa dei Muse”, ma sembra che la cosa sia stata rifiutata perché alcuni membri del consiglio erano spaventati dal fatto che la reputazione del rock ‘n’ roll non sarebbe stata una bella pubblicità per la città. Spero che ripulendoci un pochino, nel futuro, riusciremo a guadagnarcela.
 
 
Current Music: Schnuffel - Kuschel Song
 
 
04 August 2008 @ 07:37 pm

Breve articoletto adulatorio apparso su Kerrang! fra l’uscita di Absolution e quella di Black Holes & Revelations. E poi mi si viene a dire che questa non è una rivista da ragazzine infoiate! XD
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MATT BELLAMY

Dato che il loro ultimo album, ‘Absolution’, del 2003, cominciava con la fine del mondo e riusciva comunque a raccogliere una vertiginosa selezione di arie rock da lasciarti senza fiato per i rimanenti quarantasette minuti di macerie, sembra proprio nessun concetto possa essere troppo grandioso o troppo irraggiungibile, per i Muse. E se poche band sono riusciti ad incamerare tali nozioni di grandiosità ed ambizione tali da raggiungere le vette più alte, come ha fatto il trio di Teignmouth, poche persone sono riuscite ad incarnare in sé stesse questo sentimento in maniera plateale come l’enigmatico frontman Matt Bellamy. In quanto esplosivo centro nevralgico di immaginazione veloce come la luce, la sua abilità nel domandare l’impossibile dalla propria chitarra, dal proprio piano e dalla propria voce (spesso allo stesso tempo) ha fornito la produzione dei Muse di un accecante carico di virtuosismo tecnico e libertà emozionale, ed i loro show dal vivo di un’immediata energia.
L’intuito di Bellamy per i singoli trascinanti (‘Plug In Baby’, ‘Time Is Running Out’) ha portato gli amatori del rock di tutto il mondo e scoprire un rinnovato amore per il falsetto, il piano classico, la pienezza melodica e gli arpeggi. Prevedibilmente, in un momento durante il quale l’esportazione di rock accessibile fuori dal Regno Unito non è particolarmente florida, una tale brillantezza musicale è stata appesantita da un carico di pretenziosità ed arroganza. Guardatevi alle spalle alla ricerca di pomposità e maniere cerimoniose in ambito musicale, e ci troverete Bellamy vicino. Ma, allo stesso modo, non riuscirete mai a trovare nessun indizio per capire cosa davvero spinga un virtuoso che si è formato da sé e che è stato in passato un entusiasta fanatico dell’ouija, a perseverare nella propria missione il cui obiettivo è spingere i Muse fino al loro limite più estremo – a parte, probabilmente, la musica stessa. Perché la musica, secondo Matt Bellamy, "è l’unico linguaggio col quale mi senta davvero a mio agio".
Improvvisamente, tutti gli altri sembrano incapaci di parlare, a confronto.
MOMENTO MIGLIORE: Essere gli headliner del Pyramid Stage di fronte ad una fossa di ottantamila persone in occasione del Glastonbury Festival nel 2003.
SAPEVATE CHE: La prima esperienza musicale di Matt è stata suonare la chitarra come accompagnamento ai lamenti di tre streghe nel profondo ed oscuro Devon. Ovviamente.

PS. Sono sparita per un sacco di tempo, lo so >.< Oggi ricomincio a postare e spero, entro domani, di pubblicare l'intervista (lunghissima) più recente ai tre scriteriati del Devon :)

 
 
Current Music: Public Image Limited - Rise
 
 
25 June 2008 @ 03:16 am

Articolo apparso il 24 agosto del 2006 sul Courier Mail, che è un allegro giornale Australiano. Ebbene sì. I Muse in patria paterna. *sospira*
Autore: Cameron Adams
Scan: 1-2

MOMENTI DI RIFLESSIONE

Il progressive rock è rimasto sulla mensola per anni, ma una band sembra intenzionata a rispolverarlo, scrive Cameron Adams.

Il cantante dei Muse, Matt Bellamy, sta stringendo fra le zampe la prima copia dell’ultimo album della band, Black Holes And Revelations. L’ultima traccia dell’album, Knights Of Cydonia, francamente folle, (il cui titolo ricorda una regione di Marte e contenente, discutibilmente, il primo spaghetti western ambientato nello spazio), ha ispirato la copertina del disco, ugualmente folle.
Ricorda un album dei Pink Floyd del 1973, è stata scattata nel sud della Spagna (inteso come la superficie di Marte) e ritrae quattro uomini calvi con addosso vestiti luridi, seduti ad un tavolo sul quale sistemano dei piccoli cavalli. Non sorprende che sia stato il brillante artista Storm Thorgerson, già autore di cover per i Led Zeppelin e i Floyd, a disegnarla.
“Storm aveva questa cosa per Knights Of Cydonia”, spiega Bellamy, “Aveva questa visione dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, troppo cresciuti per i loro cavalli. Ognuno di loro si suppone rappresenti una differente malattia dell’umanità: vanità, o avarizia, o paranoia”.
Bellamy rimira ancora l’artwork, ripensa a quanto ha già detto e aggiunge “È venuto fuori veramente prog, alla fine, ma dovrete abituarvici”.
“Progressive rock” è stato un termine molto sporco, nei passati vent’anni, ma i Muse lo stanno rispolverando. Black Holes And Revelations, che ha fatto irruzione nella classifiche inglesi ed australiane al numero uno, è il genere di album sperimentale che la maggior parte delle band non ha il coraggio di produrre, nello spaventoso mondo del blando, rassicurante rock corporativo.
“Sperimentale” è un termine spesso impiegato eufemisticamente per la stagione di prog-rock degli anni ’70, durante la quale le band si abbandonavano ad ore di sciocchezze in nome dell’arte.
“C’è sempre stato un po’ di prog in ciò che facciamo”, ammette coraggiosamente Bellamy, “speriamo di essere riusciti a mescolarlo adeguatamente con influenze di altro genere, in modo da non essere associati soltanto col prog. Quando abbiamo cominciato eravamo molto più strumentali di adesso. Penso somigliassimo vagamente ai Rush (musicisti prog degli anni ’70); i Rush con un pizzico di grunge in aggiunta”.
Formatisi a Teignmouth, Devon, nel 1994, i primi Muse (Bellamy, Chris Wolstenholme al basso e Dominic Howard alla batteria) erano un gruppo davvero rockeggiante.
L’influenza dei Nirvana venava in maniera molto potente il loro album di debutto, Showbiz, mentre la loro ultima fatica di studio, Absolution, ha visto finalmente la band sbarcare in America (le brevi limitazioni imposte dall’etichetta di Madonna, la Maverick, sono giunte al termine quando l’album numero due, Origin Of Symmetry, non fu considerato adatto alla radio abbastanza da essere pubblicato lì).
Lo spazio di punta concesso loro a sorpresa in occasione del festival di Glastonbury in Gran Bretagna, nel 2004, vide i Muse consolidare la propria popolarità crescente, permettendo loro di concedersi una lunga pausa, la più lunga fino ad ora.
In ogni caso, il tempo passato in vacanza venne completamente divorato da un ritiro in Francia per reinventarsi. Affittarono uno studio che era stato chiuso negli anni ’90, in modo da poterlo pagare di meno, ed andarono alla ricerca di nuova ispirazione.
“Avevamo bisogno di libertà di esplorare”, dice Bellamy. “Ogni tanto, quando hai successo, sei tentato di ripetere nuovamente sempre le stesse cose. È pericoloso ripetersi. Era importante che svoltassimo, in modo da percepire di stare crescendo”.
Comunque, restare confinati nella campagna francese portò i Muse ad agitarsi come pazzi. Annoiati ed affetti da una rara forma di claustrofobia da studio, decisero di spostarsi a New York per terminare le registrazioni, e lì niente meno che David Bowie si avvicinò loro per ascoltare ciò che stavano facendo.
“Sembra girare intorno alle band che gli piacciono”, dice Bellamy. “Abbiamo suonato per lui un po’ di canzoni. Gli è piaciuta Invincibile. Stavamo per chiedergli di suonarla con noi, ma io ho cercato di reprimermi”.
Bellamy parla di come artisti del calibro di Bowie e Tom Waits utilizzino la loro musica per trascinare gli ascoltatori in una specie di gioco di ruolo influenzato dal modo in cui i loro album sembrino provenire da altri mondi.
“Le persone che amano genuinamente la musica riescono in qualche modo a portarti fuori dalla realtà, in posti differenti. E quando giungi in quei posti, reagisci a questi sentimenti intensi, ed alcune persone non riescono esattamente a percepire questo, con la nostra band”, spiega. “Perciò cerco di dare determinate caratteristiche a certe canzoni, per esempio la fine del mondo e cose del genere. Non è che mi svegli ogni mattina parlando della fine del mondo con la mia ragazza. Però ogni tanto, quando ascolto certi tipi di musica, questi argomenti vengono fuori con me. Supermassive, per esempio, mi faceva venire voglia di cantare con un buffo falsetto e ballare in tondo”.
C’è una sorta di aria folle che gira attorno alla band, che ha contribuito a creare un clima piuttosto ossessivo fra i fan più radicali dei Muse.
Come per esempio quel gruppo di fan inglesi che finsero di appartenere a una compagnia del gas per penetrare nel suo appartamento, o i fan italiani (Bellamy vive in Italia con la sua ragazza italiana) che lo chiamano incessantemente al cellulare.
“Dovrò cambiare il numero”, dice Bellamy. “Di nuovo. Finché sono amichevoli, d’accordo. Alcuni semplicemente chiamano e ridacchiano, il che è un po’ imbarazzante. Ti viene da pensare ‘di qualcosa’”.
Dire qualcosa non è generalmente un problema, per i Muse. Mentre Bellamy ride per i costanti paragoni con “quel pover’uomo dei Radiohead” (“probabilmente c’è una somiglianza vocale, ma non ho mai ascoltato niente di loro sia realmente simile a ciò che facciamo noi”), ciò che abbraccia con gioia è la sua porzione interiore di Freddie Mercury.
“I Queen sono una buona band”, dice Bellamy. “Non siamo stati molto influenzati da loro, ma abbiamo influenze simili. Freddie Mercury era molto attratto dalla musica classica, ed anche a me è piaciuta per anni, ma ho cominciato ad esprimerla in modo da fonderla col rock solo a partire da quest’album. I Queen sono una classica band inglese. Credo che anche noi si suoni in modo decisamente inglese, un po’ sperimentale, un po’ strano. Speriamo di essere dello stesso calibro dei Queen e di Bowie. Al momento, non riesco a pensare a nessun’altra band inglese che faccia musica tanto diversa, sfondando ogni barriera. Non abbiamo paura di niente, quando lavoriamo. Al momento, ci sono un sacco di band terrorizzate per come appaiono, come si vestono, la musica che fanno – si incatenano ancora prima di cominciare. Le grandi band del passato, come i Beatles, non l’hanno mai fatto. Credo che i Muse siano l’unica band che, negli ultimi dieci anni, abbia fatto ciò che tutte le band inglesi dovrebbero fare”.

 
 
Current Music: Maroon 5 - Harder To Breathe
 
 
23 June 2008 @ 11:37 pm

*sospira* Prima o poi dovevo semplicemente tradurlo, ecco XD Questo è il famoso articolo che apparve su Kerrang! poco dopo l’uscita di Black Holes, in cui Matt ha dato sfogo – considerevolmente aiutato da uno dei suoi giornalisti di fiducia, Paul Brannigan – a tutte le proprie paure/frustrazioni/ossessioni riguardo le teorie della cospirazione che ci divertono tutti tantissimo. *ri-sospira* Al di là delle opinioni personali su quanto espresso dal cantante, è un articolo piuttosto serio. Brannigan è abbastanza uno dei tipi di cui parla all’inizio come non c’entrasse niente, uno di quelli che “fanno passare Matt per un ragazzo strano”, ma l’intervista è quasi sobria, per quanto cose simili possano venir fuori come sobrie. Voglio dire, nonostante tutto Matt riesce a non sembrare un pazzo scriteriato XD
Autore: Paul Brannigan
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Siamo di fronte alla possibilità della
TERZA GUERRA MONDIALE
Matthew Bellamy parla delle bugie dei media, delle coperture del governo e di perché l’undici settembre non può che essere stato organizzato dall’interno…

Il 26 agosto, i Muse sono stati gli headliner del Reading al Carling Weekend festival, mettendo in atto uno show che la band stessa ha considerato il più alto picco raggiunto in carriera fino ad adesso. I più attenti fra i fan dei Muse, persi fra la folla di ottantamila persone lì presente, potranno avere notato che il frontman, Matt Bellamy, indossava una maglietta con stampate le parole “Terror Storm”… non il nome di un’oscura band metal, ma piuttosto il titolo di un controverso documentario realizzato dal regista statunitense Alex Jones, che offre un’interpretazione diversa di ciò che il governo degli Stati Uniti chiama “Guerra Al Terrore”.
Il sostegno di Bellamy al film è ancora più evidente in un periodo nel quale le più affermate rockstar provano avversione per esprimere pareri politici di alcun genere, ma d’altronde, come dimostrano le canzoni dell’ultimo album Black Holes & Revelations, che parlano di invasioni aliene, controllo mentale da parte dei media e corruzione politica, Matt Bellamy non è mai stato una “normale” rockstar…

Ai magazine piace dipingerti come un ragazzo strano: ti riconosci negli articoli che leggi?
In realtà non ricevo le riviste ed i giornali in Italia (Bellamy vive con la sua ragazza vicino al Lago di Como, nel nord del paese). Ma leggo qualcosa online, se riesco a recuperare i link. Penso che le persone mi vedano un po’ “fuori di testa”, ma penso anche che sia proprio un bel posto in cui trovarsi. Nel mondo in cui viviamo, preferisco essere fuori dall’ordinario piuttosto che al suo interno, perché essere ordinari vuol dire fare parte del sistema, che è in realtà veramente corrotto.

Adesso che parli più spesso di cospirazioni e politica, attiri più fan eccentrici?
Be’, ogni tanto becchiamo tipi assolutamente folli che ci seguono in giro, o tipi New Age che tirano fuori cristalli e tarocchi, ma queste cose non mi interessano granché. Cerco di tenere tutto ciò che penso molto distante dalla stregoneria. Non penso di essere granché interessato al mistico.

C’è qualcosa della tua vita che ti spaventa, al momento?
Le cose che mi terrorizzano adesso sono alcune delle teorie della cospirazione alle quali penso. Qualcosa tipo “se tutto questo è vero, ci aspettano tempi difficili”. Già da qualche anno non faccio che dire che siamo a un passo dalla Terza Guerra Mondiale, ma penso davvero che possa cominciare adesso… potenzialmente, siamo solo a pochi mesi di distanza da una guerra, adesso.

Cos’è che te lo fa dire?
Basta guardarsi intorno.

Pensi di pensare troppo?
Probabilmente. Hai un mucchio di tempo a disposizione, quando sei in viaggio con la band. Stare in un gruppo ti dà l’opportunità di uscire dal sistema, pensare più liberamente. Il sistema scolastico che abbiamo in occidente è folle – vieni privato dei tuoi parenti nell’età in cui sei più impressionabile e nutrito con una quantità enorme di stronzate e menzogne che ti portano a pensare che il modo in cui viviamo in occidente sia stabile e moralmente ineccepibile, quando in realtà non lo è affatto.
Esci dalla scuola con una mentalità piatta orientata al successo economico, ti incoraggiano a diventare schiavo del sistema bancario. A scuola mi sono sempre sentito come se ci fosse qualcosa di sbagliato, e sto cominciando anche a capire cosa. Stare fuori dalla norma ti dà la libertà di pensare, ed è qualcosa che nelle scuole e nei media viene soppresso. Se sei libero di pensare vieni etichettato come un pazzo o comunque uno strano.

Sei più felice adesso che in qualsiasi altro periodo della tua vita?
Direi proprio di sì. Ma allo stesso tempo sono anche più preoccupato per ciò che non mi riguarda direttamente, rispetto a qualsiasi altro periodo in passato. Mi sono liberato dei dubbi esistenziali che ti dannano per tutta l’adolescenza, ma credo di essere molto più infelice per ciò che sta succedendo intorno a noi al momento.

Questo succede perché ti senti in grado di controllare tutto nelle tue immediate vicinanze ma ti senti impotente rispetto al resto del mondo?
Be’, la mia ragazza è una psicologa, ed anche io ho seguito questa china per un po’ in passato, cercando di capire se il mio interesse nelle teorie della cospirazione fosse dovuto a qualche ragione psicologica, ma non credo lo sia. Tutto ciò che c’è da fare è andare su Google video e guardare “Terror Storm” o leggere libri come “Synthetic Terror”, di Webster Tarpley. Sarebbe meglio che le persone prendessero atto da sé di queste cose, piuttosto che ascoltare me.

E cosa possono aspettarsi d’imparare le persone da questi libri e da questi film?
Viviamo in un tempo nel quale si fa di tutto per cercare di nascondere cosa sta accadendo veramente. Tutto ciò che possiamo vedere, tutte le operazioni di copertura – che sono cose che il governo stesso sostiene, organizzando o addirittura inventando attentati terroristici per incoraggiare la popolazione ad essere dalla loro parte quando fanno qualcosa di estremamente scorretto, come invadere altri paesi o mettere il paese sotto legge marziale.
Presto ci verrà richiesto di essere rintracciabili tramite un microchip, le carte di identità sono solo un primo passo in quella direzione. Tutto ciò sta già accadendo, e la maggior parte delle persone sembra essere contenta di divertirsi e non pensare a niente di simile. La differenza fra la bolla in cui viviamo – la “vita ordinaria” – e la realtà che c’è là fuori è netta e pesante quasi quanto quella descritta da film come “Matrix”. Fare un passo fuori ed accorgersi di ciò che sta succedendo può nausearti.
La maggior parte delle persone evita di guardare le cose in profondità, e queste persone non fanno altro che puntare alla pecora nera fuori dal gregge e dire “è pazzo” o “è uno psicotico” – anche se le prove sono tutte lì per essere viste. L’undici settembre è stato palesemente organizzato dall’interno, ci sono prove schiaccianti che suggeriscono sia stato permesso che qualcosa del genere accadesse o, ancora peggio, che tutto sia stato orchestrato deliberatamente perché accadesse.

Sei sicuro di volere che tutto ciò venga registrato?
Sì. Ho continuato a suonare spaventato dalla possibilità di parlare di cose simili, perché ovviamente ci sarà una lista nera, ma credo in tutto questo così fermamente che ho davvero bisogno di dirlo. Le operazioni di copertura non fanno che ripetersi nella nostra storia: c’è un documento chiamato “Progetto Per L’America Del Nuovo Secolo”, che è stato redatto dagli scrittori neo-Con [nuovi conservatori, partito di estrema destra, ndt] negli anni ’90, che descrive gran parte di ciò che Bush sta facendo adesso, e che dice chiaramente “Ci serve un evento della portata di Pearl Harbour per avere una scusa per invadere il medio oriente…”. Tutto ciò che stiamo vivendo adesso è un risultato di ciò che è successo l’undici settembre, perciò è storicamente fondamentale essere sicuri di sapere ciò che sta accedendo.

Non sei preoccupato che discorsi come questi possano iscriverti alla lista nera dell’FBI?
Visti i tempi attuali, penso di esserci già finito grazie ai libri che ho comprato su Amazon… Persone come me sono obiettivi facili. Io sono uno che è facile far passare per ridicolo. È per questo che consiglio di leggere i libri e guardare quei film, e solo dopo criticare ciò che sto dicendo…

Sull’argomento:
http://www.loosechange911.com/
http://www.911revisited.com/
http://911inplanesite.com/
http://911blogger.com/

 
 
Current Music: Schnuffel - Ich Hab' Dich Lieb
 
 
23 June 2008 @ 11:23 pm

Brevissimo articolo apparso su Kerrang!. Matt-centrico, come (quasi) sempre.
Autore: Ben Myers
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LE CANZONI CHE HANNO CAMBIATO LA MIA VITA
MATT BELLAMY, MUSE

BLUE VALENTINES. Tom Waits
Questa canzone ha uno dei più bei testi siano mai stati scritti, ed hanno cambiato la mia vita, il modo in cui vedo le relazioni e le donne in generale. Dice tutto ciò che provo nei confronti del passato. Dom [Howard, batterista] ed io siamo andati a vedere Tom Waits a New York, ed è stato immenso. Ha influenzato enormemente i Muse, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui usa i suoni e gli effetti per creare delle atmosfere particolari, anche se non si può sentire chiaramente nella nostra musica.
TROVALA: “Blue Valentine”, 1978

VOODOO CHILE. Jimi Hendrix
Unicamente per l’assolo di chitarra. Incredibile. Non so da cosa emerga in particolare, riguardo Jimi Hendrix, ma suonava proprio come uno che pensasse in maniera completamente diversa rispetto a tutti gli altri, approcciandosi alla musica con pura improvvisazione. Puoi proprio sentire che ciò che succede è semplicemente che lui si senta ispirato, loro pressino il pulsante di registrazione, lui comincia a suonare e viene fuori questo. È probabilmente il miglior chitarrista sia mai esistito.
TROVALA: “Electric Ladyland”, 1968

FREEDOM. Rage Against The Machine
La canzone perfetta per concedersi un po’ di metal. Alla fine c’è una parte in cui la batteria va in sincrono col riff di chitarra, lui urla “Freedom!” e vanno in doppio tempo, no? Be’, ti fa proprio venire voglia di uscire ed ammazzare chiunque. Credo che nessun altro sia riuscito a creare qualcosa che ti faccia sentire tanto il bisogno di ribellarti così.
TROVALA: “Rage Against The Machine”, 1992

CROSSROADS. Robert Johnson
Ero davvero appassionato di blues, quando cominciai a suonare la chitarra, ad undici anni – qualcosa di simile ai White Stripes, un sacco di slide sulla chitarra acustica. Ascoltai questa canzone per la prima volta nella versione di Cream, che poi mi ha portato ad ascoltare anche questo vecchio bislacco sfinito che suonava la chitarra con lo slide e cantava blues. Ed è stato questo a mettermi in testa l’idea di cominciare a suonare, in effetti.
TROVALA: “Hellhound On My Tail”, 2001

WHAT I’D SAY. Ray Charles
Questa è stata la prima canzone io abbia provato e sia riuscito a suonare al piano, quando avevo otto o nove anni. In realtà partecipai ad un concorso per piccoli talenti, quando avevo dodici anni, e lo vinsi suonando un riarrangiamento di questa canzone senza cantato. È stata la prima volta che mi esibissi in pubblico, e la prima volta che vedessi un gruppo di circa trenta bambini battere le mani, e pensai “Grande, è così che mi piace!”. Fu in quel momento che capii cosa volevo fare.
TROVALA: “The Definitive Ray Charles”, 2001

REQUIEM (GRANDE MESSE DES MORTS). Hector Berlioz
Se devo parlare di musica che mi abbia cambiato la vita, devo per forza mettere in lista qualcosa di classico, come questo. Il titolo si riferisce alla morte delle nostre anime, e la canzone parla in sostanza della fine del mondo. È stato uno dei più grandi pezzi orchestrali del diciannovesimo secolo, composto per un’orchestra da sessanta elementi e un coro da ottanta. Quando Berlioz la suonò per la prima volta, le persone corsero fuori dal teatro urlando. Mi fece impazzire ed accese in me un interesse per la musica come esperienza al di là della semplice canzone.
TROVALA: “Grande Messe Des Morts Op 5 (Requiems)”, 1995

LO SPORCO SEGRETO!
DANCING QUEEN. Abba
Gli ABBA hanno prodotto musica fra le più effeminate e stridenti che siano mai esistite, e “Dancing Queen” è un piacere particolarmente perverso. Avevano melodie grandiose, vagamente glam, ed ascoltare le loro canzoni mi fa ogni volta venire voglia di indossare un costume da gatto e trasferirmi in Svezia.
TROVALA: “Arrival”, 1976

A MATT PIACCIONO ANCHE…
“Rated R” dei Queens Of The Stone Age
“Around The Fur” dei Deftones
“Mule Variations” di Tom Waits
“Ride The Skies” dei Lightning Bolt
“Lateralus” dei Tool
“Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd
“Mesmerize/Hypnotize” dei System Of A Down

 
 
Current Music: 30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
 
 
23 June 2008 @ 11:16 pm

Intervista palesemente effettuata col generatore di domande a caso *-*;;; dai soliti noti (Kerrang!, ovviamente <3). Non c’è altro da commentare, è chiaro che, una volta finite le domande serie, hanno cominciato a tirare fuori i foglietti con le domande sceme dal cappello del mago (chi è stata la persona più famosa che hai incontrato quest’anno? Sei un fan di Justin Timberlake?! Bah!).
Autore: Paul Travers
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L’ANNO DI MATT BELLAMY (MUSE)

Non vede l’ora di indossare il proprio costume da Babbo Natale…

Siamo quasi riusciti a sopravvivere ad un altro anno senza Terza Guerra Mondiale. Un risultato niente male…
(Ride) Be’, penso che possano esserci più chiavi di lettura dell’argomento. Per un certo periodo ci siamo arrivati molto vicini, come sull’orlo del precipizio, ed un sacco di persone pensano che bastino un paio di mosse a quelli che contano per far sì che accada. In altre parole, siamo ad una sola mossa – la torre deve muoversi solo cinque passi avanti – dallo scacco matto, o comunque dallo scacco. È più vicino oggi che negli ultimi trent’anni, ma ovviamente c’è da sperare che le persone riacquistino giudizio e si calmino un po’, si rilassino, si divertano, no? Penso che a lungo andare staremmo tutti meglio.

Cosa è significato il 2006 per voi in quanto band?
Il 2006 è stato il nostro primo anno come headliner del Reading, che per noi è stato davvero un qualcosa di grandioso – l’avevamo sempre visto all’orizzonte come uno degli obiettivi principali cui tendevamo. Ricordo di aver visto lì i Rage Against The Machine negli anni ’90, pensando a quanto sarebbe stato fantastico stare su quel palco a nostra volta. Perciò abbiamo passato un bel po’ di tempo a prepararci per l’evento.

Pensi che il Reading and Leeds sia stato il vostro miglior concerto di sempre?
Dipende dal tipo di concerto che ti piace. Indubbiamente sono state le due esperienze più travolgenti della nostra carriera, ma anche entrambe le serate che abbiamo fatto a Manchester durante il tour sono state splendide – la folla di Manchester è sempre fantastica. E Madrid in Spagna è stata di per sé anche lei abbastanza speciale.

Pensi che Black Holes And Revelations sia il vostro album migliore fino ad ora?
Be’, è stato il lavoro in cui abbiamo deciso di espandere maggiormente i confini di ciò che avevamo fatto fino a quel momento – abbiamo provato a cambiarci un po’ per cercare di capire la reale portata della band. Abbiamo provato ad esplorare fino a dove potessimo arrivare seguendo certe idee. Abbiamo provato certi stili musicali nei quali non eravamo granché sicuri di poterci esprimere bene, ed in quest’album abbiamo cominciato ad aprirci un po’ in questo senso. Se dovessi scegliere un solo album fra tutti quelli che abbiamo fatto, sceglierei questo, perché mostra tutte le diversità della band.

Qual è stata la più grande rivelazione di quest’anno?
Non posso credere di essere stato davvero spaventato, in passato, dalla possibilità di avere un quarto membro a suonare con noi. Durante tutti i primi tre album eravamo davvero spaventati da quest’eventualità, ma adesso ci ritroviamo spesso a suonare in realtà come un quintetto, perché abbiamo avuto con noi Morgan [Nicholls, tastiere e sintetizzatori] sul palco ed abbiamo anche avuto un trombettista per certe canzoni. Non so se si tratti proprio di una rivelazione, ma mi ha dato la libertà di pensare al di fuori delle dinamiche di un terzetto, per quanto riguarda la composizione delle canzoni.

Sei rimasto scontento quando hai visto l’album andare in giro per internet?
In realtà ce lo aspettavamo. È praticamente la norma, di questi tempi – è più che altro inevitabile per qualsiasi band che abbia una forte presenza in internet in termini di fan e forum e tutto questo tipo di cose. Ci sono così tante persone coinvolte nel processo di registrazione di un album, e poi il prodotto finito arriva fra le mani di così tante persone, prima di essere pubblicato, che deve accadere per forza.

Perciò da che parte stai nella vecchia diatriba sul file-sharing?
Molte band hanno provato a prendere delle misure drastiche per fermare questa pratica, ma io penso che il formato fisico degli album sia seriamente in pericolo. La tecnologia sta naturalmente cambiando l’industria musicale, e penso che cambierà naturalmente anche il modo in cui la musica viene veicolata da chi la produce ai fan. Penso che l’intero processo cambierà radicalmente al punto che nell’intero concetto di fare un album verrà etichettato come una cosa da ventesimo secolo.

Justin Timberlake ha dichiarato di essere un fan dei Muse, agli MTV Europe Awards. La cosa è reciproca?
(Ride) Dirò soltanto che non conosco molto bene la sua produzione. Penso sia qualcosa di molto R&B, e so che faceva parte di una boyband prima, ma non ho ascoltato niente neanche della loro produzione. Avrò sentito qualcosa di suo in un supermercato qualche volta, forse, ma è un mondo completamente diverso da quello che vivo io, per essere onesto.

Le cerimonie di premiazione significano tanto per te?
Penso che ovviamente la maggior parte di loro siano solo trovate pubblicitarie sia per gli artisti che per gli sponsor. A parte questo, però, non c’è niente di male in un gruppo di musicisti che si incontrano e si ubriacano e si divertono insieme.

Ed a proposito della posizione in classifica? Dovrà pur significare qualcosa avere un album in prima posizione…
È una cosa piacevole, suppongo, ma anche questo è molto meno importante di quanto non lo fosse vent’anni fa. Ciò che importa a noi non è fare soldi, è impressionare la gente con la nostra musica, e questo avviene senza dover necessariamente arrivare al numero uno di tutte le classifiche del mondo.

Qual è la persona più famosa che hai incontrato quest’anno?
Le mie spalle hanno sfiorato quelle di Cameron Diaz mentre stava andando in giro con il suo fidanzato Timberlake. Lei è abbastanza famosa, no?

Chi vorresti prendere a calci in culo?
È probabilmente molto più grosso di me, e sono anche abbastanza sicuro abbia delle guardie del corpo a loro volta molto più grosse di me, ma penso di aver desiderato di fare qualcosa di simile a Kanye West nel corso della cerimonia di cui sopra. Ha cominciato a blaterare di come abbia spento un milione di dollari per realizzare il proprio video e di come per questo motivo avrebbe dovuto vincere a dispetto del vero vincitore di quel premio. È stato un po’ imbarazzante per tutti.

Che farai per Natale?
Non lo so ancora. Una parte della mia famiglia sta a Leeds, un’altra parte in Irlanda del Nord, perciò penso che andrò in giro da quelle parti. Potrei passare un Natale molto tradizionale, con la mia famiglia, portare loro qualche regalo e poi andare avanti.

 
 
Current Music: Nickelback - Rockstar
 
 

Note: Pagina particolare e degna di nota per due motivi diversi. Primo: l’ha scritta Matthew di proprio pugno. Secondo: è divertentissima. Apparsa su NME il 5 gennaio 2008.
Autore: Matthew Bellamy
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I PLUG-IN HEROES DI TUTTI I TEMPI PER MATT BELLAMY

La vita di Matt Bellamy, dei Muse, è stata cambiata da Jimi Hendrix – il più grande chitarrista di tutti i tempi. Ecco perché.

Penso che la prima volta in cui mi sono eccitato per una chitarra sia stata quando avevo dodici anni. In quel periodo, la musica particolarmente pesante non mi piaceva affatto. Mi piaceva quel tipo di roba che suona mio padre – cose alla Dick Dale, Simon & Garfunkel, la musica pop degli anni sessanta. I Nirvana erano molto famosi, e distruggevano continuamente le loro chitarre. Fu questo a fare scattare qualcosa in me, all’inizio. Poi vidi un video di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival. Più che le canzoni, ciò che cambio la mia vita fu la libertà, l’espressività che impregnava l’esibizione. C’era un che di selvaggio, di sconsiderato pericolo, che arrivò al culmine nel momento, a tutti noto, in cui distrusse la chitarra alla fine, e poi la bruciò.
Dopo questo, cominciai a suonare la chitarra acustica, ma l’unico modo in cui potevo suonarla era accordare solo una corda della chitarra e suonare facendo scorrere le dita sul manico come con lo slide, poggiandomela in grembo, perché la chitarra era troppo grossa per essere effettivamente suonata. Cominciai con i tipici riff blues da bar, qualcosa di simile a ciò che facevano un tempo i White Stripes – blues acustici. Il primo vero riff che ho imparato è stato quello di Cross Roads Blues, di Robert Johnson, e poi qualcuno mi disse “Hai sentito la versione dei Cream, Crossroads?”. Perciò, provai ad imparare quella. Poi, probabilmente, imparai un paio di riff di Hendrix – Voodoo Chile, Little Wing. Fra tutte, Hey Joe è la mia canzone preferita da suonare. Mi piace come Hendrix riesca a mantenere il suono lieve quando qualsiasi altro chitarrista l’avrebbe reso più pesante, cercando di provocare qualche emozione in questo modo.
Ciò detto, quando compongo per i Muse, la chitarra viene al secondo o al terzo posto, per me. Tendo a scrivere principalmente al piano o coi sintetizzatori, e poi cerco di capire come tradurre il suono per la chitarre. Tendo a sorprendere un sacco di produttori, con la mia ignoranza in fatto di chitarre – Plug In Baby e Stockholm Syndrome sono nate entrambe sul sintetizzatore. Credo che la ragione per la quale mi piacciono persone come Hendrix e Tom Morello dei Rage Against The Machine sia che si percepisce che cercano di avere un approccio con la chitarra che è guidato dalla loro personalità, più che dai dettagli tecnici. E, facendolo, riescono a suonare come non è mai stato fatto prima. Specialmente Hendrix – la cosa non è dovuta necessariamente alle melodie o agli arpeggi, ma più che altro all’energia – il modo in cui la sua personalità psichedelica, folle, lievemente eccitata dalle droghe scorre come sangue dentro la musica. Ha raggiunto un’affinità talmente elevata, con il suo strumento, che quasi dimentichi ne stia suonando uno.
I Muse hanno lavorato agli Electric Lady Studios per parte delle registrazioni dell’ultimo album. L’arredamento di quel posto è così inusuale: non l’hanno cambiato, da quando Hendrix lo fece costruire, ma sembra ancora parecchio futuristico. Non in maniera retrò, ti fa semplicemente pensare al futuro. Quando le persone pensano a Hendrix, tendono ad immaginare un tipo piuttosto terra terra, parecchio influenzato dal blues, non pensano proprio allo spazio profondo e cose simili. Fu uno dei primi personaggi a costruirsi il proprio studio, principalmente perché i conti delle registrazioni del suo album precedente erano stati davvero stratosferici, a causa del suo assoluto perfezionismo: Gypsy Eyes, per dire, fu ri-regristrata quarantatre volte, prima che lui si convincesse di aver trovato la versione giusta.
Hendrix fu anche un pioniere per quanto riguarda l’uso dello studio stesso come uno strumento – provocando suoni inusuali finché l’ambiente non fosse diventato un’altra estensione della sua stessa creatività. Anche noi siamo costruendo uno studio tutto nostro, ora come ora, per ragioni simili. Mi piace riuscire a seguire le idee ovunque esse mi portino, per tutto il tempo che serve. Per esempio, il suono della chitarra di Map Of The Problematique è nato solo dopo tre giorni di lavoro, e l’effetto è costato qualcosa come ventimila dollari, e comunque penso che sarebbe stato meglio se avessi avuto una settimana in più. Mi sento affine a questo tipo di perfezionismo.
Ovviamente, Hendrix è sempre additato come il maggiore fra i chitarristi, ma personalmente penso che Prince non abbia ricevuto abbastanza riconoscimenti per il suo lavoro alla chitarra, per quanto anche lui sia stato pesantemente influenzato da Hendrix. Ho sempre trovato impressionante che riuscisse ad acquietare il proprio ego per fare in modo che la propria chitarra potesse essere semplicemente un complemento per le canzoni. Nelle sue canzoni più famose, la chitarra è appena intuibile: la abbassavano tanto al momento del mixaggio. When Doves Cry, per esempio, è dominata da un ritmo molto potente, ma la linea di chitarra era grandiosa. Anche Cream mi piace molto – è intelligente ma sottile. Anche Prince aveva il suo studio personale, di modo che potesse inseguire le idee fino alla fine, se fosse stato necessario. Ho sentito dire che possiede anche la riproduzione di un palco, in casa propria, sul quale prova con la sua band, per riprodurre le sensazioni dei live.
Mi sarebbe molto piaciuto andare al concerto dei Led Zep, ma non ho potuto, perché in quel momento mi trovavo in America. Quando Jimmy Page suona, io mi ritrovo del tutto catturato dai suoi riff pesanti – Immigrant Song, Heartbreaker, cose simili. Hendrix era più rilassato, ed improvvisava di più, sui suoi riff, anche se era un maestro dei riff fedeli alla linea, istantanei, accattivanti, orecchiabili e ripetitivi. Credo che nessuno abbia fatto qualcosa di simile prima di lui, e sono felice che stia cominciando a godere di un certo rispetto in quanto innovatore.
Nonostante io riceva parecchia attenzione dalle riviste musicali sulle chitarre, per il modo in cui suono, in realtà sono decisamente un anti-tecnicista. Un sacco di maestri di chitarra sono ossessionati da Steve Vai e Joe Satriani, e tutte queste persone di questo tipo. Non ho mai veramente capito perché. Il loro suono è completamente privo di emotività, per metterla in maniera diplomatica. Mentre registravamo l’album a New York, venimmo a sapere del fatto che Yngwie Malmsteen stava suonando in un locale, perciò io e Dom decidemmo di farci due birre e andare lì a guardare, just for the fuckoffness of it. Non potrei mai riuscire a descriverlo appieno – è totalmente orrendo eppure stranamente piacevole. Ciò che ci accolse sul palco era il più grasso, il più alto, il più peloso e il più strano buffone che mi sia mai capitato di vedere. Devi andare a vederlo per crederci. Ora come ora, sta colando a picco. Sta decisamente attraversando il suo periodo-Elvis. C’erano un sacco di donne lì, in effetti. Penso che ad un sacco di donne, dunque, piacciano i chitarristi grossi, grassi e pelosi…


 
 
Current Music: Placebo - Nancy Boy
 
 
23 June 2008 @ 11:00 pm

Torniamo nel 1999 con un'altra breve recensione di uno dei primi concerti dei Muse prima dell’esplosione europea. Stavolta si parla di un concerto “nei pressi di casa”. Tra l’altro, credo l’autore sia stato il primo a dire che i Muse suonano meglio dal vivo piuttosto che su registrazione. Ora sappiamo chi ringraziare per una delle battute più offensive della pagina dei Muse sulla Nonciclopedia XD
Una cosa simpatica e probabilmente sconosciuta ai più che emerge dalla recensione è che, malgrado i Muse fossero stati in gran parte snobbati dagli “adulti” di casa, nonché dalla gran parte dei loro coetanei, in realtà successivamente alla vittoria alla Battle Of Bands guadagnarono un modesto ma cocciutissimo zoccolo duro di fan che li seguono da sempre e sono rimasti loro attaccati nonostante i numerosi cambi di stile nel tempo. Commovente <3
Autore: John Ware
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I MUSE AGGREDISCONO I FAN DI CASA

Muse, Riviera Centre, Torquay.
Per essere un gruppo di tre persone, i Muse fanno davvero un sacco di rumore.
Hanno sollevato di peso il Riviera Centre con il loro stile ad alto voltaggio e massimo volume, che ha portato i fan ad uno stato di frenetica eccitazione.
I Muse sono recentemente stati additati dalla stampa musicale nazionale come una delle migliori band inglesi del momento, e da questo movimentato concerto è facile capire per quale motivo siano i preferiti del periodo.
Le vendite del loro CD potranno non essere ancora riuscite ad infiammare le classifiche, ma sono sicuramente uno dei gruppi più dinamici attualmente in circolazione.
Differentemente rispetto ad altri gruppi, suonano meglio dal vivo che su disco. I Muse ti sconvolgono con una vera e propria aggressione musicale.
Il trio di Teignmouth certamente sa suonare abbastanza. Il cantante, chitarrista e compositore Matt Bellamy potrà essere pure piccolo e leggero, ma il suo falsetto potente in perenne ascesa ha perforato il teatro mentre attaccava a suonare alcune fra le canzoni preferite del momento, come Muscle Museum, UNO, Sunburn, Cave e Showbiz con grande verve e passione.
Il bassista Chris Wolstenholme si è particolarmente distinto, saltellando sul palco come impazzito, mentre la sua testa si muoveva avanti e indietro, ed il bassista Dominic Howard ha retto sulle pelle dei tamburi un vero e proprio ritmo di guerra.
La band s’è divertita, ed era ben determinata ad omaggiare i propri leali fan con una notte da ricordare, cosa che non succede tanto spesso con altri gruppi.
Hanno parlato poco, ed hanno lasciato fare il resto alla musica, sciorinando il proprio repertorio in una veloce successione di più di un’ora.
Nel loro stile non c’è niente di esagerato, inoltre. I Muse sono essenzialmente una vecchia e sporca rock ‘n roll band con grande energia – qualcosa decisamente non per i cuori deboli, ma un rinfrescante rinnovamento rispetto alle insipide ed affettate boyband che sembrano proliferare nelle classifiche al momento.
Certamente i tre lavorano duro – hanno appena concluso un tour mondiale ed inglese – e stanno per cominciare una stagione di festival estivi europei cominciando con un palco a Glastonbury domenica.
Questo è stato un concerto di ringraziamento per i loro fan del posto, che li hanno supportati fin dai primi giorni, e più di mille persone hanno assorbito ogni nota, la maggior parte di essi concludendo la serata completamente fradici di sudore dovuto all’essere stati afferrati e passati sopra le teste degli altri fino alle prime file dell’arena, dove venivano alacremente recuperati e messi giù dallo staff della sicurezza.
Per non farsi mancare niente, Wolstenholme s’è fatto coraggiosamente trascinare dalla folla mentre ancora reggeva il proprio basso, e per rispettare la tradizione rock lui e Bellamy hanno concluso la serata massacrando i loro strumenti sul pavimento.

 
 
Current Music: Linkin Park - Don't Stay
 
 
23 June 2008 @ 10:46 pm

Uno dei millemila mini-articoli che rendono le riviste musicali inglesi (in questo caso, Q Magazine) non tanto diverse dalle riviste per ragazzine tipo Cioè o Bravo che tanto gli alternativi amano sfottere).
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I DIECI COMANDAMENTI DI MATT BELLAMY
[CHITARRISTA/SCIENZIATO DEI MUSE, 29 ANNI]

1. INFRANGI LE REGOLE. Ho sempre amato la musica, e fin da piccolo ho sempre desiderato di entrare in un’orchestra o anche in una jazz band. Poi, a quindici anni, vidi un filmato di Jimi Hendrix che dava fuoco alla chitarra sul palco, e improvvisamente realizzai che la musica non doveva seguire le regole, ma poteva essere anche molto caotica.
2. DIVERTITI. Per me, la musica rock non si basa sull’onestà, ma sul divertimento. È vero, difficilmente mi troverete a ridere nel mezzo di un assolo di chitarra, ma intitolare una canzone Knights Of Cydonia [Black Holes And Revelations, 2006] è ovviamente uno scherzo. Essenzialmente, facciamo musica nello stesso modo in cui Monty Python faceva commedie.
3. RINUNCIA AGLI ACCESSORI. È vero, un tempo avevo un jet-pack*, ma gli accessori sono fuori dalla mia vita, ormai. Sono andato retrocedendo: non posseggo più neanche un telefono cellulare. Qualche tempo fa, ho deciso di spegnere il telefono per un paio di giorni, ed è stata una benedizione. La vita è diventata molto più semplice senza.
4. COMBATTI LE CONVENZIONI. È un clichè che tutte le rockstar siano state sfigati a scuola. Frequentavo le ragazze, facevo sport e non ero più arrabbiato degli altri. L’unico momento in cui mi sia sentito conformato alla massa fu quando arrivai a Londra dal Devon, un ragazzino nella grande città. Mi ha… aperto gli occhi. [allusivo] In tutti i sensi.
5. EVITA LA CELEBRITÀ. Io non sono famoso, e spero di non diventarlo mai. Odierei che le donne ci provassero con me solo perché canto in un gruppo. L’unico modo in cui mi interessi toccare le persone è attraverso la mia musica. Tutto il resto è superficiale e non voglio averci niente a che fare.
6. CORRI! NASCONDITI! Ogni tanto sento il bisogno di nascondermi da tutto quanto. È triste io debba evitare di uscire solo perché non mi va di incontrare fan che potrebbero essere, diciamo così, un po’ troppo appassionati.
7. IL DENARO È LA RADICE DI TUTTI I MALI. Tutti dicono faccia la felicità, ma non è vero. Tutto ciò che ho scoperto è che il denaro ti allontana da famiglia ed amici. Più grande sarà la tua casa, più ti sentirai solo vivendoci; più macchine possiedi, più diventi stronzo.
8. EVOCA I FANTASMI. Io vivo a Como, nel nord Italia, in una casa in cui ha vissuto il compositore Vincenzo Bellini. Sto cercando di rintracciare il suo fantasma proprio adesso, perché mi aiuti a scrivere canzoni. Lo faccio a notte fonda, verso le tre. Abbasso le luci e comincio a suonare le sue composizioni al piano, nella speranza di creare un contatto. Non ha funzionato, fino ad ora, ma sono fiducioso.
9. SCOMMETTI TUTTO. Sono attualmente in contatto con certe associazioni di speculazione finanziaria in giro per tutto il mondo, che investono denaro per mio conto. I mercati asiatici sono piuttosto tendenti al rialzo al momento, e sto andando bene. Gioco un sacco anche a poker, non solo per le scommesse, ma perché è divertente. Ho una buona mano.
10. ACCETTA LA LOTTA. Chris [Wolstenholme, bassista] è stato bravo – una moglie, tre figli – ma Dom [Howard, batteria] ed io abbiamo trovato difficile sistemarci. Le nostre vite private sono sempre in mostra, ed io le metto in secondo piano rispetto all’essere in una band. Ma comunque il rock non ha mai condotto ad avere piacevoli vite private, no? È una croce che devo portare.

***

Nota. Un jet-pack, anche se non volete veramente saperlo, è una specie di zaino a propulsione. Sapete di quegli zainetti fantascientifici con i razzi sotto che dovrebbero consentire a chi li indossa grazie alla spinta dell’esplosione, appunto, dei razzi stessi.

 
 
Current Music: Temple Of The Dog - Hunger Strike
 
 
23 June 2008 @ 09:57 pm

Torniamo ai giorni nostri con un lunghissimo e (stranamente) carinissimo articolo apparso sul numero di Kerrang! del 15 marzo 2008, a due giorni dall’uscita di H.A.A.R.P. Per l’occasione, un degno figlio spirituale del già noto caporedattore della rivista Paul Brannigan, intervista Dom e Matt sulla loro esperienza a Wembley, sui loro progetti estivi, sul nuovo album ed anche su un pugno di altre amene informazioni che ci porteranno a scoprire che, nell’ordine, Matt e Dom non hanno una vita vera, Matt esprime le proprie emozioni battezzandole coi nomi delle band (fittizie) che ascolta, che i Muse sono una band di bravi omini (modesti e sensibili eccetera eccetera, come nella migliore delle tradizioni!), che Matt è comunque pazzo (perché l’articolista di turno ci tiene a rimarcarlo descrivendo minuziosamente il suo modello di comportamento) e, soprattutto, che non c’è niente di rassicurante riguardo il disastro d’album che si profila all’orizzonte per (presumibilmente, anche se loro non lo dicono) il 2009. Buon divertimento!
Autore: Tom Bryant
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GRANDI SPERANZE

I Muse, da amici adolescenti che suonavano in piccoli locali nei dintorni di Teignmouth, si sono trasformati in superstar in grado di iscriversi negli annali della storia del rock, al Wembley Stadium. Un incredibile obiettivo ma, come rivela la band, hanno sempre saputo che un giorno ce l’avrebbero fatta…

C’è stato un momento, uno solo, al quale Matt Bellamy e Dom Howard dei Muse ripensano ancora con un misto di orrore e meraviglia. Accadde solo qualche secondo prima che la band si ritrovasse a fronteggiare 60,000 persone al Wembley Stadium, l’estate scorsa. Il tipo di problema che è in grado di riportarti coi piedi per terra con un sonoro tonfo, un incidente da infarto che ha messo chiaramente in evidenza sia l’enormità di ciò che stavano per fare sia la follia dell’evento in sé.
“Proprio mentre stavamo entrando, siamo rimasti bloccati sulla pedana che doveva portarci in alto, per farci apparire nel mezzo della folla”, dice Bellamy con una smorfia, “È stato così Spinal Tap; siamo rimasti lì, intrappolati, aspettando di venire fuori. Non facevo che pensare 'Merda, è un disastro. Andrà tutto per il verso sbagliato'. Ho avuto paura che saremmo dovuti uscire arrampicandoci!”.
È la classica cosa che butterebbe giù molte band, o ne getterebbe altre in uno stato d’animo misto fra la collera ed il desiderio di incolparsi a vicenda. I Muse, al contrario, ci ridono su. Alcuni minuti prima di fronteggiare il più grande momento della loro carriera, stavano intrappolati su una pedana mobile e cercavano di trattenere le risate.
Comunque, sono forse episodi come questo che hanno permesso ai Muse di arrivare dove si trovano oggi. Senza corteggiare la stampa del settore, senza cedere a compromessi e senza perdere mai di vista gli obiettivi che, come musicisti, dovevano essere le loro priorità, sono tranquillamente diventati superstar. Per quanto prendano seriamente la loro musica, peraltro, non sono ancora caduti nella trappola che porta a prendersi troppo sul serio, e perciò sono giunti nella posizione in cui potevano riuscire a raggiungere l’obiettivo di fare il tutto esaurito non una ma due sere al Wembley Stadium.
È stato un fine settimana in cui più di 120,000 persone hanno guardato in basso, verso di loro, dalle sacre poltroncine di quella famosa arena. Un fine settimana in cui band del calibro di Biffy Clyro e My Chemical Romance (che, peraltro, possono perfino avanzare la pretesa di fare il tutto esaurito anche per conto proprio) hanno aperto per loro in occasione di questo grande evento. E per una band che suonava per la prima volta in uno stadio, i Muse erano più che equipaggiati: acrobati volanti, schermi giganti, luci abbaglianti, giochi di fuoco, satelliti, antenne, enormi palloni ed un eroico senso di grandezza, sono stati tutti presentati correttamente. E poi c’era la musica.
La lista delle ambizioni dei Muse, in accordo con le loro intenzioni epiche ed operistiche, non è mai sembrata tanto appropriata per un ambiente come in questo caso. Sia mentre la visione fantascientifica di Knights Of Cydonia rimbalzava tra i seggiolini delle tribune, sia mentre la delicata melodia di Soldier’s Poem faceva sembrare intima l’enorme arena, sembrava che improvvisamente i Muse fossero riusciti a guadagnarsi un posticino nel pantheon dei grandi. Ancora più sconvolgente, per un concerto che sarebbe stato il momento culminante della carriera della maggior parte delle band, i Muse, sembra, hanno appena iniziato la loro battaglia per diventare, da semplicemente grandi, i più grandi in assoluto.
Oggi, due di loro si stanno rilassando nel centro di Londra girellando all’interno di un hotel così lussuoso che gli impiegati ci hanno proibito di nominarlo in questo articolo, temendo che questo avrebbe potuto minare la buona reputazione del posto. Dovremmo probabilmente rendere chiaro che questo hotel non è stato scelto dal gruppo ma dalla loro etichetta, che ha preparato per loro un programma giornaliero ricco di interviste sia con la stampa inglese che con quella straniera. Bellamy s’è rifugiato al sicuro in una suite minimalista e completamente bianca, diversi piani più in alto, mentre Dom Howard si sta concedendo un pasto veloce al bar. Il bassista Chris Wolstenholme è tornato a casa, nel Devon, per passare le vacanze di fine trimestre coi propri bambini.
Più tardi in questo stesso giorno, più precisamente un’ora dopo il termine della sua ultima intervista, Bellamy prenderà il volo della sette per Milano, dalla quale intraprenderà un ultimo breve viaggio per tornare a casa propria sul bellissimo Lago di Como. È lì che è rimasto a rilassarsi fin da gennaio, dal termine, cioè, dell’enorme tour da diciannove mesi che ha accompagnato l’uscita del loro quarto album di studio, Black Holes And Revelations. Il cantante, oggi fresco e riposato, ha confessato di aver passato le prime due settimane di riposo a letto. “Ho dormito per due settimane. Ero esausto. Dormivo letteralmente quattordici ore al giorno. Mi alzavo, mangiavo una volta sola e poi tornavo dritto a letto”.
Il resto del tempo, dice l’uomo le cui abilità di tastierista portano gli osservatori fin quasi allo svenimento, è stato occupato – se riuscite a crederlo – per imparare a suonare il piano. “È un piano classico”, protesta, “È una cosa completamente diversa! Sto anche cercando di imparare l’italiano, ma faccio schifo. È un processo decisamente lento, e per essere totalmente sincero ho sempre fatto pena con le lingue, anche a scuola”.
Il suo batterista, nel frattempo, ha cercato di occupare il tempo con molto meno entusiasmo. Alla domanda “cosa hai fatto negli ultimi due mesi”, Howard gonfia le guance, ci pensa su un minuto, allarga le braccia, ride e mette su il più vacuo degli sguardi vacui.
“È stato così noioso”, sorride, “Non ho fatto altro che stare con le mani in mano. Stavo seduto a casa a fissare le pareti. In realtà le ho anche dipinte, devo dire. La cosa bella è che si ha l’opportunità di passare un po’ di tempo con la famiglia e gli amici. È bello riparare i rapporti consumati. È un buon modo per distrarsi quando si fissa l’intonaco che si asciuga”. Questo, e ricordare il giorno in cui i Muse sono diventati la più grande e la migliore rock band inglese.

Come ci si sente ad aver suonato al Wembley Stadium?
Matt Bellamy: Be’, di sicuro è stato un momento molto importante per noi. Nell’arco della nostra carriera ci sono stati un po’ di concerti decisamente superiori agli altri, e questo decisamente è uno di loro. È un tipo di esibizione completamente diverso – la folla non si concentra solo su di te, guardano la performance nel suo complesso, lo spettacolo, non restano semplicemente a saltellare. È davvero interessante.
Dom Howard: C’è una parte di me che quando riguarda indietro a quell’occasione si chiede se sia successo davvero. Sembrava abbastanza surreale. Guardando alcuni spezzoni dal DVD ho pensato “Accidenti! È davvero qualcosa di piuttosto grosso, vero?”.

Cosa vi passava per la testa mentre entravate?
Matt:
Oh, io ero molto nervoso. Era tutto piuttosto spaventoso, mi si è come calato un lenzuolo addosso. Quando la pedana s’è bloccata potevo sentire la folla tutta intorno ed ho cominciato ad andare nel panico, in realtà. Arrivare nel bel mezzo della folla in quel modo ti fa sentire un po’ come un gladiatore. Era come se stessimo portando tutte quelle persone sulle spalle. Quando siamo usciti fuori, mi sono come annichilito. Ho dimenticato la musica, le parole, perfino quale fosse il mio lavoro. Tutto ciò che mi girava per la testa erano domande come “Come ho fatto ad arrivare qui? Come è potuto succedere tutto questo?”. Non riuscivo a capire cosa mi avesse messo nella posizione di dover intrattenere 60,000 persone.
Dom: Però dal palco sembrava fantastico. Eravamo così nervosi che ci sono volute un bel po’ di canzoni per permetterci di calmarci e rilassarci abbastanza per trovare il coraggio di guardarci intorno. All’inizio ci concentravamo soltanto sugli strumenti.

Eravate più nervosi per ciò che dovevate suonare o per l’evento in sé?
Matt:
Cominci a preoccuparti di poterti perdere, su un palco così grande, e d’altro canto però vuoi fortemente riuscire a mettere su una bella esibizione da stadio. Suonare in uno stadio, per una band rock, è un’occasione di grande affermazione, no? Non è come essere il gruppo centrale in un festival o andare in tour per le arene, è… rock da stadio! E non uno stadio qualunque, ma Wembley, e questo vuol dire molte cose.

Quando avete cominciato a suonare, da ragazzini a Teignmouth, avete mai pensato che un giorno sarete finiti a suonare a Wembley?
Dom:
In realtà, praticamente sì. Da una parte, tutto ciò che siamo riusciti a fare ha dell’incredibile ed ha superato le nostre aspettative, ma, d’altronde, da qualche parte dentro di noi abbiamo sempre saputo che un giorno saremmo riusciti a farcela. Ho sempre saputo che eravamo un gruppo niente male, o che almeno avessimo il potenziale per diventarlo – così come so per certo che durante i nostri primi giorni abbiamo fatto veramente schifo.
Matt: Durante concerti come questo, improvvisamente ti ritrovi a pensare a come ti sentissi da bambino. Allora, fare qualcosa come suonare a Wembley era il mio sogno. Quando però mi ci sono ritrovato di fronte, tutto ciò cui riuscivo a pensare era “Merda, non so se davvero posso farcela”.

Siete mai riusciti a rilassarvi davvero, là sopra?
Matt:
Il momento più rilassante probabilmente è stato quello in cui abbiamo suonato Blackout. C’erano tutte queste ragazze acrobati che andavano in giro attaccate ai palloni, e sapevo che la folla stava guardando loro e non noi – così come stavo facendo io stesso, in realtà. Per un minuto, mi sono sentito uno spettatore piuttosto che un musicista. Mi sono sentito come se fossi un testimone di quel momento, e non come se ne fossi un creatore. È stato un momento molto piacevole, per me.

C’è stato un altro bel momento, successivamente, dopo che la band era scesa dal palco. Sopraffatti dall’emozione dello show, i tre si sono ritrovati immobili a fissarsi l’un l’altro, cercando di trattenere le lacrime. “È stato un momento veramente emozionante”, racconta Howard, “È stato probabilmente il concerto più emozionante che abbiamo mai fatto. Eravamo sull’orlo delle lacrime perché eravamo riusciti a fare bene qualcosa che non sapevamo se saremmo mai stati in grado di fare. Questo ci ha commossi profondamente”.
Comunque, per una band che ha suonato al Wembley Stadium, il nome dei Muse, in qualche modo, si ritrova poco a proprio agio accanto a nomi come George Micheal e Bon Jovi. Per dirla con le parole di Bellamy, “Di sicuro si può dire che noi siamo la band più sconosciuta che abbia mai suonato al Wembley Stadium. Se si guarda la lista dei nomi delle band che hanno suonato lì, è un elenco strano nel quale trovarsi. Non penso che noi ci si adatti molto a quel gruppo”.
“È divertente”, aggiunge Howard, “Matt spesso mi chiede scherzando se siamo finalmente riusciti a farcela, nell’arco della nostra carriera. Me l’ha chiesto per la prima volta quando siamo stati headliner per l’Astoria, ed ho risposto di no. Se me l’avesse chiesto dopo il Reading, anche lì avrei risposto di no. Dopo il Wembley Stadium, invece, ho risposto con sicurezza di sì”.
Inoltre, da sconosciuti quali Bellamy ed Howard dicono di essere, aggiungono anche che potrebbero andare tranquillamente in giro per Oxford Street senza essere importunati da nessuno per un autografo. Il che mi porta ad una domanda interessante:

In un’era in cui tutto è celebrità, come fanno tre uomini i cui nomi sono appena menzionati nell’industria mainstream a mettere in piedi il più grande rock show del 2007?
Matt: C’è un sacco di gente che parla della nostra band, un sacco di persone diffondono la nostra musica via internet. L’industria maninstream tende a concentrarsi attorno a chi vende dischi. Non si accorgono del fatto che ci sono tantissime cose che accadono su internet che non possono essere tenute sotto controllo ma possono portare una band al Wembley Stadium. Penso che sia un segno dei tempi.

Preferite che sia così?
Matt:
Sì, io ne sono molto felice. Possiamo provare l’esperienza di realizzare enormi concerti senza che questo ci porti a subire l’invasione delle regole di mercato, che ci renderebbero dei personaggi da vendere. Siamo riusciti a restare molto simili a noi stessi e molto coi piedi per terra, perché non abbiamo permesso alle persone che ci circondavano di mistificare il modo in cui percepivamo noi stessi.
Dom: Quello che siamo riusciti a fare meglio è stato farci conoscere come persone interessate solo alla propria musica e nient’altro. Ci sono un sacco di artisti là fuori che, purtroppo, vengono notati più per quello che fanno al di là dell’ambito musicale, che non per la loro musica. Penso sia alquanto sconfortante scoprire che la musica che fai è più debole rispetto alla tua maschera.

C’è un’importante differenza che si nota fra Bellamy ed Howard quando parlano. Il cantante è contratto e nervoso, anche se mai meno che amichevole. Si guarda intorno, notando ogni sciocchezza, tazze di caffé già mezze vuote, vassoi pieni di biscotti ed acqua, ma non ti guarda quasi mai negli occhi. E quando gli viene fatta una domanda, aspetta fino a quando non è sicuro che sia conclusa e solo dopo, più spesso che non, emette una breve risatina prima di annuire e cominciare a parlare velocemente fino a quando non si interrompe. È una corrente molto vitale, un’energia ansiosa, che gli scorre dentro, al punto che, quando il management dell’albergo si mette in testa di provare il sistema antincendio dell’edificio proprio nel mezzo dell’intervista – una sorta di fragoroso rumore elettronico, acuto, futuristico ed ululante – lui scatta in piedi per esaminare sia il suono che le casse dalle quali si emana. “Accidenti”, commenta aggrottando le sopracciglia, “Pensavo fosse la fine del mondo”.
Dom Howard è diverso. Abbigliato con jeans aderenti, una maglietta ed una giacca, è forse più informale – estroverso, pienamente amichevole, e cerca sempre il contatto visivo. Noi riusciresti mai a dire, dal modo in cui non sembra fare altro che aspettare deliziato e tranquillo le prossime domande, questa sia solo l’ultima di un’interminabile sessione di interviste giornaliere.
C’è una differenza nel loro atteggiamento, inoltre. Per quanto siano palesemente vicini, i due prendono spesso posizioni opposte riguardo ad uno stesso argomento. Per quanto entrambi siano convinti che Wembley abbia consacrato il loro ingresso all’interno degli stadi nel mondo, Bellamy sminuisce il fatto aggiungendo che vuole comunque continuare a suonare anche in location di minore grandezza così come in quelle più grandi, dicendo “Mi mancherebbe se smettessimo di suonare nei teatri da duemila posti. Sono molto più intensi, e il pubblico è molto più riflessivo”.
Howard, in compenso, è entusiasta all’idea di suonare solo in concerti di enormi dimensioni. Se gli si chiede se gli show più piccoli gli mancherebbero, sembra perplesso. “Credo do sì, anche se penso che suonare negli stadi più grandi del mondo riuscirebbe a colmare il vuoto”, sorride. “I concerti imponenti sono tutto un altro mondo. Sono fantastici! Se qualcuno ci sta pensando adesso, consiglio vivamente di provarci. Penso che bisogni davvero suonare in tantissimi stadi, per cominciare ad annoiarsene. Sono così…” si interrompe, cercando le parole, “Sono così… così enormi! Si fa baldoria nei posti grandi!”.
Così tanto che, quest’estate, la band si ritroverà a fare da headliner in molti festival, a Dubai, in Sud America, possibilmente in Cina ed al V Festival, insieme ad una serata di beneficenza alla Royal Albert Hall. Per una band che si suppone debba rilassarsi un po’, prima di cominciare a lavorare al nuovo album, si tratta di un’estate piuttosto piena.
“Più che altro guardo a questi concerti come momenti di divertimento”, dice Matt. “Be’, forse divertimento non è la parola giusta, ma non diventeranno comunque delle occasioni di stress. C’è stata una pausa molto lunga, per quanto riguarda i tour, tra Absolution [terzo album] e Black Holes [quarto] – qualcosa tipo tre anni. Significa che abbiamo realizzato Black Holes in un ambiente che, in quanto live band, ci era decisamente distante. Per certi versi è stato un bene, perché ci ha aiutati a creare qualcosa di diverso. Ma stavolta credo che ci piacerebbe suonare dal vivo qualche nuova canzone, prima di registrarla. Può aiutarti a trovare una specie di direzione”.

La lontananza dai palchi è stata un problema, durante la registrazione di Black Holes…?
Matt: Sì, ci sono stati dei momenti in cui davvero abbiamo perso di vista ciò che ci teneva insieme come una live band. Quando sei in studio puoi rimanere invischiato fra le sovraincisioni e le parti di chitarra da aggiungere al pezzo, e finisci per non riuscire a suonare in gruppo quanto dovresti. È stata un po’ dura, ma ci è servita per riuscire a creare alcune delle canzoni più innovative che avevamo intenzione di registrare.

Avete già cominciato a pensare al nuovo album?
Matt: Ci pensiamo sempre. Penso che, al momento, ciò che vogliamo sia esplorare un tipo di musica un po’ più ballabile. Abbiamo cominciato ad aprire le porte a questo stile in Black Holes, ma mi è sembrato fosse qualcosa alla quale ci siamo appena avvicinati prima di muovere oltre; l’abbiamo scacciata via, piuttosto che incorporarla. Perciò vogliamo assolutamente provare di più in quella direzione. Ci sarà anche sicuramente almeno un pezzo prog da dodici minuti con tutti i crismi. Qualcosa sul genere di Knights Of Cydonia, ma più deciso. Penso che abbiamo aperto le porte ad un sacco di cose che adesso possiamo provare a spingere oltre.

Le persone saranno abbastanza sorprese di scoprire che non stavate già spingendo le cose piuttosto avanti!
Matt:
Ha! Lo so, ma c’è ancora un sacco di strada lungo la quale spingere le cose. Per esempio, piuttosto che includere solo alcune linee nella nostra musica, vorrei cercare di trovare un modo per inserire nelle canzoni pezzi interi di musica classica.
Dom: Potremmo comunque decidere di non suonare dal vivo nessuna nuova canzone, perché c’è sempre il timore che suonare qualcosa di nuovo in un ambiente del genere possa essere controproducente. Ti può addirittura capitare di scartare un pezzo stupendo solo perché non è stato recepito adeguatamente dal vivo. Dimentichi che un’accoglienza fredda può derivare dell’incertezza del pubblico su come rispondere di fronte a qualcosa che non gli è familiare.

E con questo si conclude il nostro tempo. Un giornalista francese, armato di quadernetto per gli appunti, sta aspettando Bellamy appena fuori dalla porta, mentre per Howard c’è in programma un servizio fotografico. Mentre si alzano in piedi, sono entrambi raggianti – si scambiano un sorriso soddisfatto, da “essere-vivi-è-meraviglioso”.
“Be’, la vita è bella”, spiega Howard, “È tutto grandioso!”.
“Non potremmo essere più felici”, sorride Bellamy, “Non sono mai stato così rilassato a proposito della band, prima d’oggi. Non penso sia pigrizia – è benessere. Abbiamo un’estate stupenda davanti a noi ed un paio d’anni fantastici alle nostre spalle. Cosa si potrebbe volere di più?”.

Il CD/DVD H.A.A.R.P. Tour: Live From Wembley, sarà in commercio il 17 marzo.
 

 
 
Current Music: Placebo - Pure Morning
 
 
23 June 2008 @ 02:47 am

Torniamo al 2006 per un lungo ed interessantissimo articolo apparso su Filter in occasione della prima trasferta statunitense dei Muse dopo l’uscita del quarto album di studio, Black Holes And Revelations.
Autore: Nevin Martell
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GLI ULTIMI GIORNI DEI MUSE
Tra scienza e finzione

1. TUTTI GLI ASTRONAUTI A BORDO.
I Muse ed io ci troviamo su un elicottero e sorvoliamo New York, per temprarci in vista della fine del mondo. Secondo uno scienziato birbone, che pare abbia ricevuto l’avvertimento da parte di un medium, alcuni frammenti di una cometa si schianteranno sull’Oceano Atlantico a momenti, causando un enorme maremoto. Ai sopravvissuti non resterà altro che l’anarchia, qualche ricordo dei bei vecchi tempi zuppo d’acqua e costi del carburante più alti di adesso. Il sole splende, l’orizzonte è chiaro e nessuno dei centri d’informazione più importanti ha riferito alcuna notizia di un Armageddon in avvicinamento, ma i tre componenti dei Muse credono fermamente questo possa essere il loro ultimo giorno sulla Terra.
La fine è vicina, ma, a giudicare dagli infantili gridolini che passano tra le cuffie, non lo diresti mai. I ragazzi – il cantante/chitarrista/maestro Matt Bellamy, il batterista Dominic Howard, il bassista Chris Wolstenholme – si stanno divertendo alla grande, e le loro paure di una morte imminente sono state rimpicciolite grazie alle scariche di adrenalina che regala lo sfrecciare attraverso i profili dei grattacieli di Manhattan. Sotto di noi, un rigoglioso Central Park che domina il panorama, vanta un giardino lussureggiante, ed una figura solitaria si gode le cime degli alberi e la visuale mozzafiato. “Ti dirò la verità”, dice Bellamy dal posto del copilota sul davanti, “Quel tizio lì è completamente fatto”. Il fatto che a dire una cosa simile sia una rockstar milionaria che svolazza sopra NYC su un elicottero a noleggio è un’ironia che lui sembra non cogliere.
Il pilota vira bruscamente, e d’improvviso ci ritroviamo sottosopra come se fossimo su una barca volante col fondo di vetro. Le persone sul marciapiede sembrano greggi di puntini sparpagliati su un diagramma, le macchine sembrano branchi di trattini e le luci di Times Square fantastiche macchie d’inchiostro. Ci raddrizziamo velocemente, mentre ci dirigiamo a sud dell’isola. Wolstenholme ride mentre imita un AK-47 con le mani, sterminando nemici immaginari al ritmo del rumore delle pale dell’elicottero, “È come una fottuta pistola automatica”. Il profondo whup-whup dell’elicottero rimbomba in assenso.
Stanno tutti ridendo e strillando nello stesso momento. È una bellissima e perfetta giornata fuori. Sto andando in giro coi Muse su un elicottero sopra New York City. Grande gruppo. Grande città. Sento freddo e mi piace. Se questa è la fine del mondo, allora ci sto.

2. CONTO ALLA ROVESCIA.
Rischiavamo di non farcela. La notte prima della giornata in cui si supponeva la nostra intervista dovesse avere luogo, i ragazzi hanno chiamato terrorizzati i loro manager, chiedendo loro se potevano declinare tutti gli appuntamenti e tornare prima in Inghilterra, per stabilirsi nel bunker sotterraneo di Matt. Questi ragazzi credono in un sacco di teorie scombinate: la conquista del pianeta da parte degli alieni, manipolazioni del clima e, in questo caso, l’Armageddon. Grazie al cielo, delle teste meno esagitate sono riuscite, tramite una combinazione di logica e implorazioni, a prevalere. Il trio di paranoici s’è convinto a restare dopo molte ore di mercanteggio in ginocchio. Apparentemente, il pensiero di vendere quantità spropositate di dischi in America riesce ad annacquare la paura di morire.
Ci incontriamo fuori dal Rivington Hotel, nella zona bassa della East Side, il sole splende e non ci sono nell’aria segnali di fine del mondo incipiente. I ragazzi mi scrutano con circospezione, valutandomi, ma mi stringono calorosamente la mano e sorridono. “Perciò sei tu il tipo che starà con noi tutto il giorno”, nota Bellamy, “Bene, potresti essere con noi quando finirà tutto”. C’è un antico proverbio, di una generazione passata, che dice si possano dire molte cose di una persona, guardando le sue scarpe. Se questo è il caso, allora i componenti dei Muse lo stanno gridando ai quattro venti. Bellamy indossa un paio di scarpe da tennis DSquared nere con strisce dorate, Howard un paio di stivali scintillanti blu metallizzato e Wolstenholme mostra le proprie sneakers customizzate e frankensteinizzate: per una metà Puma argentate e per l’altra metà classiche Converse nere. Sono tutti agghindati dalla testa ai piedi, ed ognuno di loro rappresenta invariabilmente una parte individuale di una grande rockband con grandi ambizioni – ciò che d’Avenant chiamò “l’immodestia delle mente” – con un gusto particolare per lo spettacolo che ti forza all’attenzione.
Entriamo nel furgone e ci apprestiamo ad attraversare la città, dove i Muse faranno un po’ di promozione e pranzeranno, prima di salire su quello che è stato chiamato, alternativamente, “il piano d’emergenza”, “la navicella di salvataggio” e, semplicemente, “l’elicottero”. Malgrado Wolstenholme sembri un po’ sbronzo, nonché vagamente addormentato, gli altri due sono loquaci e vispi. Bellamy parla forsennatamente, e le parole non sembrano essere abbastanza veloci per seguire la miriade di idee che affollano la sua mente. Howard, d’altro canto, parla con andatura gentile e semplice, mentre Wolstenholme principalmente annuisce e sorride. Non c’è dubbio Bellamy sia l’infervorato leader del trio, anche se tutti e tre sembrano pensarla allo stesso modo riguardo la potenziale fine del mondo all’orizzonte. È difficile non immaginarli tutti affollati attorno a un tamburo, mentre un oscuro poster di Dark Side Of The Moon incombe sulle loro teste e il frontman-predicatore somministra ai propri amici immacolati e totalmente ubriachi teorie della cospirazione degne di X-Files e predizioni stile Nostradamus.
I Muse sono in città per parlare della loro ultima grande opera, Black Holes And Revelations, un lavoro ambizioso e scomposto che unisce linee di chitarra alla Bends, tendenze epic prog, sintetizzatori anni ’80, un po’ di Flash Gordon (Queen) e il desiderio di far ballare le ragazze. “Vogliamo riprenderci le piste da ballo dall’R&B”, proclama Bellamy. Lavorando col produttore Rich Costey – già al lavoro con i Franz Ferdinand per aiutare la loro musica ad invogliare qualche volpina ad agitare il sedere – la band ha indubbiamente realizzato il proprio album più ambizioso di tutti i tempi. E potrebbero causare una vera rivolta nelle discoteche. Il primo singolo del nuovo album è “Supermassive Black Hole”, un martellante pezzo pop con un riff di chitarra molto sporco e un ritmo macinante cui si aggiunge il falsetto gemente simil-Prince festaiolo ed estatico di Bellamy, “Oh baby don’t you know I suffer? / Oh baby can you hear me moan?”. In termini di cambiamenti drastici, la cosa è paragonabile a quando Bono si mise l’ombretto e cominciò a cantare di implorare e strisciare sul volto perpendicolare dell’amore in “The Fly”.
“È una canzone pop un po’ superficiale, no?”, riflette Wolstenholme, più tardi, dopo aver smaltito la sbornia, “Parla del mantenere un certo ritmo. Micheal Jackson è sempre stato grandioso a fare cose del genere. ‘Billie Jean’ ha una linea di batteria molto semplice”, comincia ad agitare la testa avanti e indietro, suonando una batteria inesistente. “Il modo in cui basso e batteria comunicano in quella canzone ti fa venire voglia di muovere la testa per ore ed ore. Un sacco delle cose che abbiamo provato in quest’album erano completamente nuove per noi, ma era un passo da compiere”.
“Tutto l’album è stato il risultato dell’aver decostruito la band per poi rimetterla di nuovo in piedi e vedere cosa tutto questo aveva portato”, mi dice Howard, su una panchina vicino al porto di South Street. “‘Come possiamo reinventarci?’ era una domanda che ripetevamo spesso. I Depeche Mode hanno usato l’elettronica in maniera stupenda, ma l’hanno comunque mantenuta molto cupa. Era questo ciò che volevamo per ‘Supermassive Black Hole’. Ha un’anima allegra, leggera, ritmata, ma la volevamo comunque cupa e disgustosa”.
Una canzone talmente distante dalle radici rock della band potrà non piacere ai fan di vecchia data? “Sembra che ogni album che pubblichiamo divida i nostri fan, in qualche modo”, dice Howard, ridacchiando, “La differenza fra i nostri primi due album era parecchio evidente”, aggiunge Wolstenholme. “Una volta che le persone riescono ad accettare questo tipo di cambiamento costante, sanno che qualsiasi cosa farai in futuro sarà sostanzialmente differente. Penso che le persone sarebbero ancora più scioccate se uscissimo con un album uguale al precedente”.

3. ACCENSIONE
Nel corso di dieci anni insieme e quattro album – Showbiz nel 1999, Origins Of Symmetry nel 2001, Absolution nel 2003 e Black Holes And Revelations quest’anno – i Muse hanno continuato a confondere e meravigliare, ed anche il loro supposto fanbase spaccato continua a crescere esponenzialmente. Amici d’infanzia in quel di Teignmouth, nell’Inghilterra del sud, si incontrarono in quello che è l’equivalente del liceo in Gran Bretagna, e sono sempre stati insieme da quel momento. “C’è ancora una piccola componente di blocco della crescita, in noi”, ammette Bellamy. “Quando si fa musica, è una buona cosa, perché non abbiamo paura di niente e non sentiamo il bisogno di conformarci alla massa. Quando hai sedici anni, ti comporti come se non ti fregasse niente di niente e penso che siamo riusciti a mantenere intatto questo particolare”.
Il loro album di debutto era una produzione accattivante ma fin troppo post-Radiohead. Comunque, i loro album seguenti sono diventati sempre più elaborati e stravaganti. A partire dal loro terzo lavoro, il più trasmesso, Absolution, hanno cominciato ad incorporare maestose influenze del pianoforte di Rachmaninov, del tocco di chitarra di Roger Waters e degli intriganti cori acuti che avrebbero fatto arrossire Freddie Mercury. Hanno piegato le loro ambizioni a un tipo di rock and roll orchestrale, sinfonico, per sperduti piloti di navicelle spaziali e teorici di cospirazioni incatenati alla terra. La band stessa ricade nella suddetta categoria, e la passione che lega i membri che la compongono al paranormale e l’inesplicabile è una grande ispirazione per i testi di Bellamy, spesso paranoici e provocatoriamente interrogativi. Un buon esempio nel nuovo CD è “Exo-Politics”, che affronta la teoria lievemente strampalata per la quale i governi più potenti del mondo stiano lavorando insieme agli alieni per organizzare un’invasione della Terra in modo da aumentare i finanziamenti militari.
Se dovesse esserci un tema portante in Black Holes And Revelations, sarebbe che gli esseri umani sono manipolati da poteri che trascendono il loro controllo. “Il successo di Matrix è motivato dal fatto che le persone ci si ritrovano”, spiega Bellamy, ben cosciente della china che sta percorrendo. “È ovviamente fantascientifico e va ben oltre la realtà, ma tocca un nervo particolarmente sensibile e vicino alla vita di tutti i giorni. C’è una battuta nel film che recita ‘Te ne accorgi quando paghi le tasse’, o ‘Te ne accorgi quando stai facendo la fila per qualcosa’. Hai l’impressione che, di ciò che accade attorno a noi, si sappia davvero poco. Forse non tutti riescono a descriverlo chiaramente, ma penso che le persone si stiano accorgendo del fatto che non siamo tutti messi a parte di ciò che sta succedendo”.
Qui in America, ciononostante, la rivoluzione è decisamente un pensiero lontano. In Francia, la lotta a colpi di Molotov piene di chiodi fatte in casa, causata dal pensiero di poter cambiare le leggi sul lavoro, dura da giorni, ma noi ci limitiamo a guidare SUV sempre più grandi, mentre il prezzo del petrolio schizza verso l’alto. “Avete dei modi eccezionali di distrarvi, qui”, dice Bellamy incontestabilmente, dal momento che questa è l’opinione comune (probabilmente esagerata). “Tutte queste cose tengono le menti delle persone occupate, intrattenute e, in qualche modo, distratte. Se tutto questo venisse loro tolto improvvisamente, gli interessi delle persone cambierebbero drasticamente. È possibile vivere una vita relativamente felice, senza dover pensare a nessuna delle cose delle quali a noi piace parlare. Non direi che io passi ogni minuto della mia vita pensando a queste pazze teorie, ma è decisamente qualcosa cui ho cominciato a pensare. Mi ritrovo a parlarne durante le interviste, ma non voglio che accada veramente. Vorrei che il cambiamento passasse attraverso la musica, perché ha un impatto maggiore – si connette direttamente allo spirito”.

4. PRONTI AL LANCIO.
Black Holes And Revelation si chiude con una nota più allegra. “Knights Of Cydonia”, un commiato galoppante, diretto al cielo, con un pizzico di corni sospiranti ed un ritornello catturante, ridicolmente semplicistico ma innegabilmente contagioso: “No one’s gonna take me alive / The time has come to make things right / You and I must fight for our rights / You and I must fight to survive”. Chi diavolo sarebbero questi coraggiosi Cavalieri di Cydonia, comunque? Bellamy comincia a gesticolare animatamente, disegnando la nostra galassia davanti a me. “Cydonia è una regione di Marte, ed un tempo, milioni e milioni di anni fa, Marte occupava lo stesso posto nello spazio nel quale si trova la Terra adesso. Quindi forse un tempo c’era la vita, lassù”. Ghigna con la stessa cattiveria di uno scolaro che abbia appena progettato una elaborata marachella. “Ho sempre immaginato che, negli ultimi momenti di Marte, ci siano state queste persone temerarie che avessero combattuto e sperato. Spero che il loro spirito sia sopravvissuto fino a noi, perché ne abbiamo bisogno”.
La disparità fra speranza e mancanza della stessa potrebbe descrivere bene il processo di registrazione. L’avventura cominciò nel sud della Francia, nello stesso studio in cui era stato registrato The Wall (nota interessante: l’artwork per Black Holes And Revelations, basato in parte sull’immagine dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, è stato realizzato da Storm Thorgerson, che cominciò disegnando le copertine per i Pink Floyd). “Eravamo così distaccati, ed al sicuro, e lontani da chiunque e da ogni tipo di intrusione”, ricorda Howard. “Dopo un po’, siamo semplicemente rimasti troppo intrappolati nel lavoro”, ammette Wolstenholme. “Le canzoni, all’inizio duravano qualcosa come dieci o quindici minuti, ed avevano arrangiamenti molto simili a quelli dei Mars Volta”, aggiunge Bellamy. “Dopo un paio di mesi abbiamo cominciato a diventare un po’ troppo pazzi”.
Perciò, se la svignarono a New York City, dove si stabilirono al Revington Hotel e si presero un po’ di tempo per avere un assaggio di vita notturna per darsi un po’ di carica. “Un amico di qui mi portò in un club chiamato Dark Room, nella Lower East Side”, mi dice Bellamy. “È un posto un po’ squallido, ma è abbastanza figo e chiunque può andare lì e fingere di essere un DJ. Ho provato anche io, e per quanto non me la sia cavata molto bene, sono comunque riuscito a fare un buon mix fra “World In My Eyes” dei Depeche Mode e “Sweet Dreams” degli Eurythmics, che è andato piuttosto bene. Penso che, mentre osservavo un po’ di quelle ragazze ballare su quel ritmo, mi sia detto ‘Dovremmo decisamente inserire qualche elemento un po’ più ritmato, nell’album’”.
“È stato decisamente l’opposto della Francia”, ricorda Howard, ghignando. “Qui ci siamo comportati più sullo stile del 'esci e divertiti finché puoi'". Una volta che si sono ritrovati qui, sono bastate tre settimane di estenuante lavoro da dodici ore al giorno per buttare giù le canzoni e concludere la registrazione. “È difficile riposarsi a New York, vero?”, dice Wolstenholme, “Il che è stato un bene, perché ci ha veramente spinto al massimo. Ci piace questo tipo di spinta”.
“Si sentono un sacco di band lamentarsi per questo stile di vita”, continua Wolstenholme. “Ma ci sono state delle cose nell’ultimo tour, che ci hanno fatto realizzare che abbiamo dei lavori fottutamente fighi, e che è un buon modo di vivere. Durante un concerto al Cotton Club, ad Atlanta, Matt ha sbattuto la faccia contro la chitarra ed abbiamo dovuto cancellare un po’ di esibizioni a causa di questa cosa. Poi Dom ha perso il suo papà dopo Glastonbury; questa è stata una cosa piuttosto dura da affrontare. E poi un paio di mesi dopo mi sono rotto il polso. All’improvviso, ci siamo ritrovati in una situazione all’interno della quale siamo rimasti temporaneamente lontani dalla musica. Non pensi mai davvero a cose come queste, fino a quando non succedono. E quando la musica non c’è e tu non riesci a farcela”, si interrompe un secondo. “Sono state probabilmente le due settimane più faticose della mia vita. Ricordo il primo show che facemmo, quando riprendemmo a suonare; provai una sensazione così bella. E pensai fra me e me ‘Non mi lamenterò mai più di niente. Mai più’”. E si lascia sfuggire una grossa, confortante risata.

5. DECOLLO.
La piattaforma di lancio degli elicotteri è vicina al porto di South Street, ad un paio di isolati dalle grandi e goffe strutture delle golette in legno e dalle mandrie di turisti. Sopra di noi, gli aerei spandono il sibilo dell’ultimo secolo attraverso il cielo, programmato come una parte di uno show aereo annuale che ricorda in maniera disturbante i giorni immediatamente successivi all’undici settembre, quando gli F-16 sorvolavano continuamente la città. Quella sensazione riaffiora presto, quando tutti riceviamo un colpetto verso il basso ed entriamo nell'eliporto. Dentro la sala d’attesa, guardiamo un breve filmato di sicurezza, indossiamo i salva-vita e ci dirigiamo verso la pista.
Le fiamme del propellente esplodono in un incredibile ruggito, e siamo incitati a muoverci oltre con un cenno della mano fra le linee gialle che separano la pista dalla terra di nessuno che la circonda. Ci arrampichiamo sul velivolo, sedendoci tutti sul retro, tranne un particolarmente appassionato Bellamy che praticamente salta sul sedile del copilota. Sia lui che Howard hanno preso qualche lezione di volo su elicottero e, per quanto sia lontano dal possedere una licenza, Bellamy mi rassicura del fatto che se il pilota dovesse avere un attacco di cuore lui riuscirebbe a riportarci a terra. “Probabilmente ti ritroveresti qualche osso rotto, ma saresti vivo”.
Un minuto più tardi, siamo seduti, con le cuffie alle orecchie, e il pilota ci sta accogliendo con il suo discorso di benvenuto a bordo. Dopodichè ci solleviamo, dirigendoci in alto. In alto e lontano. C’è una folla incredibile allo Yankee Stadium, turisti sul ponte d’osservazione dell’Empire State Building e un sacco di gente alla ricerca dell’abbronzatura sparpagliata lungo Sheep Meadow in Central Park. Non è cosa da tutti i giorni riuscire a vedere New York City come un modellino Lego. Specialmente con un gruppo di ragazzi che un po’ si aspettano questi siano i loro ultimi istanti sulla Terra. Quando sei coi Muse, la vita è un’esperienza incredibile e grandiosa.
Più tardi, mentre Bellamy si allontana dalla pista, un impiegato lo ferma per un secondo. Non riesco a sentire cosa dice, ma Bellamy sorride ed indica le sue accattivanti scarpe nere e dorate. Il ragazzo si volta verso di me quando mi avvicino a lui, camminando, e scuote il capo, “Accidenti, quelle scarpe sono una merda, vero?”.

6. SEMBRA TUTTO A POSTO QUI, HOUSTON
È il giorno successivo alla fine del mondo. Sono seduto qui sulla mia sontuosa e costosa sedia nella mia stanza al Le Parker Meridien (che è Le Fottutamente Figo) ed ogni cosa è dannatamente vellutata e vivida. Anderson Cooper non è “live da” quella che un tempo era Times Square, mentre si lancia in un’indignata invettiva contro la lenta risposa del governo al disastro mentre singhiozza silenziosamente. Il New York Times che mi attendeva oltre la porta, stamattina, non ha riportato notizia di alcun maremoto in qualche posto nel mondo. E non ho ricevuto nessuna telefonata disperata da parte di mia madre che mi chiedeva se fossi sopravvissuto. Guardando in basso alle persone sul marciapiede sotto di me, tutti sembrano vivere tranquillamente la propria giornata, ed ignorano di essere stati risparmiati.
Penso che i Muse abbiano capito male; il nostro tempo magari starà per finire, ma gli orologi non si sono ancora fermati. Prendete un bel sospiro di sollievo. Godetevi il momento. Un giorno, tutto crollerà. Fino ad allora, i Muse continueranno a predicare e suonare la colonna sonora della nostra apocalisse immediata.

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Nota. Questo è uno degli articoli più belli in assoluto siano mai stati scritti a proposito di Black Holes. È originale, intrigante, divertente, vagamente inquietante e, soprattutto, supportato da uno stile, quello del giornalista che l’ha scritto, semplicemente fantastico. Purtroppo temo di non averlo reso bene come avrebbe meritato, dando il giusto risalto e la giusta chiarezza a quei momenti di descrizione semplicemente deliziosi cui ogni tanto si lascia andare, per contestualizzare i dialoghi effettuati con la band. È anche un articolo in cui vengono fuori piuttosto chiaramente le dinamiche di gruppo all’interno dei Muse: Matthew parla come fosse la sua unica ragione di vita, Dominic cerca di riportare la cosa su toni meno estremi e Chris più che altro riflette, ma quando dice qualcosa lo fa sempre mettendoci dentro una quantità d’anima incredibile.
Ci sono delle cose che mi lasciano un po’ perplessa – tipo, secondo me si calca un po’ troppo la mano su quelle che sono le ossessioni di Matthew, tanto che il poveretto deve un attimo preoccuparsi di riportare il tutto alla normalità, quando dice “non è che ci pensi ad ogni ora del giorno e della notte” – ma in generale è davvero un articolo bellissimo. Anche dannatamente difficile da tradurre, purtroppo, come tutte le cose artisticamente valide. Fosse facile tradurre i romanzi e i saggi, non servirebbero anni di studio per riuscirci, evidentemente ._.” Spero solo di non aver fatto troppi danni a livello di traduzione. E che vi siate goduti l’ultimo pezzettino dell’articolo. Che io amo.

 
 
Current Music: Black Tide - Shockwave
 
 
23 June 2008 @ 02:29 am

Torniamo indietro nel tempo fino alla preistoria dei Muse, con questa breve quanto divertentissima recensione successiva all’esibizione delle giovani promesse dell'alternative rock inglese all’Exeter Cavern Club, il dieci luglio del ‘99, poco dopo l’uscita di Showbiz. Considero articoli come questo decisamente più importanti delle interviste pseudo-intellettuali di, per citare solo un titolo, NME, ad esempio, perché al contrario di quelle – che, al più, possono offrirci uno spaccato distorto e ridicolizzato dell’intelligenza di Matthew, come se parlare di alieni fosse per principio roba da pazzi destinata solo a far ridere i deficienti – delineano con chiarezza piuttosto incisiva l’impatto incredibile che, al di là delle raccomandazioni di Lamacq, i Muse hanno avuto sulla stampa inglese.
Autore: Stephen Dalton
Scan: 1

MEDITAZIONE SELVAGGIA!

Muse
Exeter Cavern Club

Meno famoso di Glastonbury, e distante da esso solo quaranta minuti di strada, l’Exeter Festival di quest’anno è stato tuttavia in grado di mostrare la graffiante sensualità delle sonorità voodoo di Roger Daltrey, Toyah Wilcox e degli Yardbirds. Passami i sali, Ada. Ma in un affollato sotterraneo perso fra i marciapiedi lastricati di questa pittoresca cittadina da ereditieri, qualcosa di più selvaggio ed ingovernabile sta strillando per venire alla luce.
Sono i Muse, e sono destinati a diventare qualcosa di grande.
Ma, ehi, non fidatevi solo della mia parola. Madonna ha già messo stabilmente sotto contratto il turbolento trio di Teignmouth alla sua Maverick, negli Stati Uniti, dopo che numerose etichette del Regno Unito li avevano scaricati perché “troppo Radiohead”. Come, prego? Non è qualcosa di molto simile a “troppo belli” o “troppo ricchi” o “troppo bravi a letto”? Doh!
Ma i Muse giocano in casa, ad Exeter, perciò l’accoglienza riservata alla loro coraggiosa apertura di strilli alla Nirvana è entusiasta. Basandosi su questo ci si potrebbe fermare a classificarli come semplici eroi locali, il classico terzetto di grandi menti in piccoli corpi con, in più, un cantante e compositore – Matthew Bellamy – che somiglia ad una versione malaticcia di Tom Cruise.
Ma poi si ascolta ‘Uno’, il loro attuale singolo, un febbrile torrente di torrido flamenco-punk avvolto in uno spinoso strato di parole quasi irragionevolmente caustiche. Questa è l’artiglieria pesante, d’accordo, ma è sostenuta da un inaspettato e magistrale ritmo latino che riesce a portare avanti il suo nucleo di pure emozioni fuse. Insieme affascinante e devastato, è incredibilmente potente.
Tali stravaganze stilistiche sono un po’ il punto forte dei Muse. ‘Cave’ comincia come un brano di polverizzante prog-punk ma si leva ad ondate fino a sbocciare in un’opera rock. ‘Showbiz’ cavalca una melodia thrash circolare anche quando Bellamy scala numerose ottave di rabbia strozzata. Ma il pezzo più importante è quello con cui il trio ha scelto di sbarcare negli Stati Uniti: ‘Muscle Museum’, una mescolanza di distorti ritmi reggae, sonorità acustiche dell’Europa dell’Est ed un coro vulcanico, insieme ad un geyser che ribollisce di testi simili a una confessione. Stridente.
C’è di più, naturalmente, un sacco di ritmi deformati e crepitanti power chord e trascinanti falsetti che ululano i titoli che, un giorno, divideranno egualmente la fama con i Radiohead e i Nirvana nella mente popolare nazionale. Almeno, così sembra il futuro dei Muse visto da qui. C’è troppa passione che ribollisce in loro, perché possano rimanere nascosti ancora a lungo, troppi inni arrabbiati e perfettamente formati pronti ad esplodere. I Muse sono la tipica band che sia i fan del rock mainstream sia i romantici tormentati saranno obbligati ad amare con passione: poeti punk da sala da ballo con il fuoco negli occhi ed il coraggio nelle vene.
Li amerete.

***

Nota. Mi sembra doveroso precisare - per precisione storica, ecco XD - che, subito prima dell'uscita di Origin Of Symmetry, la tanto "lungimirante" Maverick di Madonna scaricherà i Muse perché poco smerciabili a livello radiofonico. Un colpo grosso, c'è da dire, dal momento che Origin resta l'album più acclamato del trio a livello universale :D Scommetto che la signora Ciccone ancora si mangia le mani *annuisce*
 
 
Current Music: Dari - Per Piacere
 
 
23 June 2008 @ 01:52 am

Si comincia con un articolo incredibilmente divertente all'interno del quale scopriamo che Brian Molko non è l'unico a non capire le proprie canzoni; apparso su Hot Press nel 2006 (in un mese a caso dopo l’uscita di Black Holes And Revelations, suppongo).
Autore: Craig Fitzsimmons
Scans: 1-2

ABBIAMO MEWS PER VOI!

Cosa si ottiene quando si mescolano Wagner, i Radiohead e Prince? La risposta, probabilmente, somiglia un sacco al nuovo album dei Muse. In un’intervista esclusiva, il frontman Matt Bellamy racconta come abbia trovato l’ispirazione e spiega come il loro ultimo singolo parli, in parte, della regina Elisabetta: “quando era figa”.

Risorti dalle ceneri di un gruppo grunge adolescenziale, la cui lista di vecchi nomi in continuo cambiamento include Rocket Baby Dolls, Gothic Plague e Carnage Mayhem, i Muse potrebbero tranquillamente essere i salvatori ritardatari del britpop.
Dopo essersi formata dai bucolici ambienti del selvaggio West dell’Inghilterra – i ragazzi sono nati nel Devon e si sono esibiti per le prime volte nei villaggi della Cornovaglia – la band si è evoluta in maniera strepitosa nel corso di un decennio di lavoro, subendo una metamorfosi che ne ha fatto un’estremamente ambiziosa e concettualmente elevata fusione di stili tremendamente diversi.
L’esperienza Muse sfida le descrizioni semplici, ma se riuscite ad immaginare un incontro fra le menti di Wilhelm Richard Wagner – primo embrione teutonico di pop-star – e di Thom Yorke dei Radiohead, otterrete un risultato che, filtrato attraverso un computer programmato dall’artista a tratti noto come Prince*, vi darà una vaga idea del tesoro che vi attende nel quinto album della band, Black Holes And Revelations.
Aggiungete un pizzico di Hendrix, dei Led Zeppelin e di Rachmaninov, e l’immagine diventerà ancora più chiara.
Arrivati a questo punto della loro carriera, i Muse sono ormai stanchi dei continui paragoni coi Radiohead (una volta, Yorke li ha criticati, definendoli imitatori inferiori), ma le somiglianze sono evidenti: i notevoli, acuti e quasi operistici vocalizzi di Matt Bellamy, prova evidente di una fissazione per Queen e Freddie Mercury, ed un’inclinazione pinkfloydiana per la disseminazione di messaggi criptici attraverso le copertine degli album e i titoli delle canzoni.
A scanso della possibilità che qualcuno potesse ancora scaricarli come dinosauri del prog-rock dei giorni nostri, Black Holes And Revelations testimonia l’orientamento dei Muse verso una direzione più profondamente funky, rintracciabile specificatamente in ‘Supermassive Black Hole’, singolo dal sapore di discoteca.
“Volevamo sperimentare, provare cose che non avevamo mai fatto prima, renderci più partecipi del processo di produzione e provare a creare un sound più potente”, spiega Bellamy. “Penso che decisamente ce l’abbiamo fatta. Pensavamo a qualcosa di ispirato a Prince, che si basasse su un ritmo di base molto R&B, che è davvero qualcosa di strano da realizzare per noi, e penso che i Muse ce l’abbiano fatta alla grande”.
Durante le sessioni di registrazione, la band ha provato a scoprire quanto musicalmente avventurosi si potesse essere, mantenendo intatte le atmosfere cupe che rappresentano per i Muse un marchio di fabbrica.
“C’è anche qualche venatura elettronica che scorre all’interno della musica – siamo sempre stati interessati a questi ritmi ed alle sonorità acute, ma solo di recente siamo riusciti a capire come utilizzare efficacemente questo meccanismo”, dice Bellamy. “I nostri sforzi passati in quella direzione, quando credevamo di sapere cosa stessimo facendo, suonavano molto alla R2D2, merda del tutto amatoriale realizzata con tastiere e sintetizzatori”.
Nonostante la nuova vena funky, Black Holes… non è esattamente un disco inneggiante alle gioie della vita. Le liriche di Bellamy hanno sempre tradito il furtivo sospetto che la fine del mondo fosse, se non esattamente vicina, neanche tanto lontana.
I libri che legge prima di dormire hanno titoli donniedarcheschi come Iperspazio: Un’Odissea Scientifica Attraverso Gli Universi Paralleli e Le Distorsioni Temporali E La Decima Dimensione, e lui sospetta che queste ossessioni siano state accentuate da periodo che la band si è obbligata a passare lontana dalla civiltà.
“Siamo rimasti segregati in questo studio assurdo nel sud della Francia per mesi, una foresta di abeti di seicento acri, bellissima ma desolata, con nessun posto in cui andare, niente macchina, niente televisione e niente da fare tranne andarsene in giro e dirsi cazzate a vicenda”, spiega. “Ci arrampicavamo sui muri, sostanzialmente. Il cuore dell’album viene da quel periodo. Era tutto molto cupo e gotico. C’era un granaio pieno di pipistrelli, ed ogni volta che ci mettevamo a suonare a notte fonda loro volavano dentro, cosa che era abbastanza deconcentrante”.
La segregazione rurale portò fin troppo da reggere, dice. “Sentirsi tagliati fuori in quel modo era diventato un po’ troppo strano, perciò, per contrastare questo, ci spostammo a New York, che è il tipo di posto in cui esci di casa e ti fai venti nuovi amici prima ancora di aver superato i primi negozi. Uscivamo a ballare e ci mescolavamo alla vita di New York, generalmente, ed è da questo che vengono le tracce un po’ più luminose dell’album, come ‘Supermassive Black Hole’”.
Creativamente parlando, ne è valsa la pena? “Ci sono state delle cose piacevoli”, ammette Bellamy. “Ma eravamo nel bel mezzo del niente, e quando siamo andati via è sembrata un’evasione. Ma, dal momento che eravamo così distaccati dalla civiltà, era un po’ come vivere sulla luna”.
Restare tanto lontano dal mondo – dalla realtà, più precisamente – ti dà un mucchio di tempo per riflettere sul futuro del pianeta ed altre cose alle quali sarebbe meglio non pensare. La guerra, la crisi del petrolio, la distruzione dell’ambiente, il riscaldamento globale. La maggior parte dei discorsi fatti mentre si mangiava, aggiunge, riguardavano la trasformazione del mondo in un inferno.
Malgrado Bellamy accenni solo brevemente alla guerra in Iraq come una delle preoccupazioni più incrollabili che tormentano la sua mente, è fiducioso che l’ambigua ‘A Soldier’s Poem’ non sarà interpretata erroneamente come qualche tipo di dichiarazione anti-bellica.
“Riguarda la guerra, ovviamente. La maggior parte dei nostri soldati che si trovano lì, sono perfettamente a conoscenza di stare combattendo per il petrolio. Dev’essere piuttosto malinconico stare là fuori e realizzare qualcosa di simile, perciò hanno tutta la mia stima. La maggior parte delle persone qui non sembra preoccuparsi molto per loro, o dare abbastanza attenzione all’argomento in generale”.
Non se la sta prendendo con i militari, insiste. “È più che altro una dichiarazione di rispetto nei loro confronti. Non intendo stare qui a dire che questa sia una canzone pacifista. Quelle persone stanno facendo il loro mestiere, rischiando la loro vita, e puoi stare sicuro che non saranno ringraziati per questo. Il minimo che possiamo fare e non dimenticarli. Fondamentalmente, il mondo è a corto di petrolio e non sono rimasti molti posti in cui recuperarlo. Il sistema economico collasserebbe se non ne trovassimo altro”.
A questo punto, la temperatura della stanza si abbassa di un paio di gradi per qualche secondo. Comunque, Bellamy è un ragazzo genuinamente simpatico, che merita molto di più che non ritrovarsi a dibattere della guerra in Iraq con un irredento scribacchino comunista. Perciò mi limito ad annuire sottilmente e passare oltre con grazia, mettendo in atto per una volta nella mia vita il protocollo del non-discutere-di-politica-con-gli-estranei.
Parlando di ‘Supermassive Black Hole’, risulta chiaro che, per quanto Bellamy sia generalmente un tipo semplice e coi piedi per terra, questo suo comportamento sia anche in qualche modo smentito dalle sue affermazioni stile cadetto spaziale, come per esempio la curiosa osservazione per la quale la canzone sia parzialmente ispirata da “una sinistra presenza al centro della galassia che ci mette in allerta nei confronti di un mènage-a-trois che coinvolga anche R2D2 e La Regina – quando era ancora figa”.
Questa sì che è una Musa interessante.

Dicono di loro.
“Quando andai a vederli la prima volta ad un piccolo show organizzato in un ritrovo della Cornovaglia, ho riconosciuto subito che in loro c’era qualcosa di speciale. Matthew ha un modo incredibile di associare i pensieri. Ha una mentalità così sfrenata, immaginifica e creativa. Una mente matura su spalle molto più giovani. È così che l’ho sempre visto. – Manager, Dennis Smith.
“A loro non importa niente di niente e, per essere sinceri, a loro non è mai importato niente di niente. Lui [Matt Bellamy] va in giro parlando di spazio e fine del mondo. Se vai in giro parlando di cose simili, devi essere preparato alla possibilità che la gente lo trovi ridicolo… e la gente lo fa.” – Dean Martin, giornalista di NME.
“Da brivido.” – Il bassista degli Arctic Monkeys, Andy Nicholson, pare abbia apostrofato in questo modo Matt Bellamy dei Muse per aver squadrato sua madre ed avere commentato che Mrs Nicholson sembrava “sorprendentemente giovane”.

***

* Mi tocca specificare che qui il giornalista dice "l'artista a tratti noto come Prince" perché Prince avrà cambiato nome qualcosa come tre o quattro volte nel corso della sua storia artistica XD Poi è comunque rimasto Prince per il mondo intero, ma... va be', velleità da star u.u
 
 
Current Music: Gabriel Yared - C'est Le Vent Betty
 
 
23 June 2012 @ 01:45 am
Benvenute, mie care signorine fangirlanti <3
Vi trovate in un luogo di perdizione. O, per meglio dire, nel luogo che prova la perdizione di una povera pazza quale è la vostra affezionata lisachan <3 Costei, amando appassionatamente i Muse e non riuscendo proprio ad accettare la devastante realtà secondo la quale moltissime fangirl legate al suo fandom scrivano cose che con la realtà storica del gruppo c'entrano poco e niente, ha ben deciso di raccogliere in un unico posto (questo) tutte le traduzioni da lei stessa effettuate delle varie interviste all'interno delle queli Matt, Chris e Dom parlano al mondo dei fatti loro come fosse cosa normale, buona e giusta.
Insomma: se volete sapere come questi tre disgraziati passano il loro tempo libero, come si sono incontrati, cosa pensino prima di andare a fare la ninna e cose del genere, siete nel posto giusto è_é e vi do il benvenuto <3
Due cosine importanti:
- un grazie infinito a Sar@ per lo splendido layout <3
- ed un accorato avvertimento: queste traduzioni sono state fatte da me. E non spulciando gli articoli copiati in inglese sulla MuseWiki, no, ma perdendo gli occhi sulle scan perché il lavoro fosse il più completo possibile e non peccasse di qualche omissione da parte del trascrittore. Quindi, se li vedo sparsi in giro senza il mio nome stampato sotto a caratteri cubitali e senza un link che rimandi a questo LiveJournal, vi spezzo le gambine ^_^
Per il resto, divertitevi e che il dio del fangirling sia con voi <3
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