| Juuhachi Go ( @ 2008-07-17 01:16:00 |
| Entry tags: | autore: juuhachi go, fanfiction, x |
[X] My sweet prince
Ok, lo annuncio al mondo: ho lasciato EFP, e
fiorediloto è davvero una gran donna. La risposta che ha dato sul forum dell'EFP merita cento anni della mia vita al suo servizio <3, per questo mi sono iscritta in community, e festeggio postandovi una fic che manco i cani avranno letto - diciamo che ci ho provato, però, eh XD.
PS: posso dirlo, che amo la gente di questa community? le gen week mi fanno spisciare puntualmente, e, beh <3, sono iperfelice di essere qui.
Titolo: My sweet prince
Fandom:X
Personaggi: Seishiro Sakurazuka/Subaru Sumeragi
Parte: oneshot u__u
Rating: NC17
Conteggio Parole: 2516 (MSWord dixit)
Riassunto: Post-volume dodici. La brutta ferita che Fuuma ha provocato a Subaru lo costringe a rimanere in ospedale. Seishiro coglie l'occasione per andarlo a trovare e, ingoiando la sfacciata ipocrisia del gesto, il nostro sciamano si prende la briga di fargli capire che non è più un ragazzino, e che poco importa la direzione in cui Seishiro vuole portare il loro strano legame - diversamente da ui, Subaru sa bene che i suoi gesti sottintendono ben altro.
Note: yaoi, lemon
Lo vide passare per il corridoio
con un grosso mazzo di gigli in mano, ma lui non si fermò, sorpassò
la stanza gettandovi un’occhiata di maligno, studiato disinteresse, e
proseguì. Per dove, probabilmente non aveva importanza, e certamente
– Subaru fece una piccola smorfia nell’accorgersi che l’effetto
degli antidolorifici stava scemando – nemmeno Seishiro ci aveva pensato:
il suo era un maledetto gesto di sfregio deliberato.
Il che lo fece sentire stupido ed arrabbiato, nel suo ridicolo pigiama di flanella.
Si avvoltolò con furiosa cura nel rasposo lenzuolo dell’ospedale,
e rimase su un fianco finché poté sopportare di restare fermo
– poteva alzarsi per poco, e lo fece una volta che ebbe la certezza che
Seishiro fosse fuori portata.
Non poteva pestare i piedi in un qualche accesso rabbioso, perché farlo
gli conficcava una lancia nell’occhio destro, chiuso una volta per tutte
sotto le bende, così digrignò i denti nel constatare che sì,
il mazzo di fiori giaceva nel bel mezzo del corridoio, circondato da uno strato
di carta velina dal colore squillante e fastidiosamente chiassoso.
Dannato sobillatore.
Tornò a letto – questa volta ciabattando con forza, e al diavolo
il cazzo di dolore.
*
Ad ogni modo, i fiori ci
erano finiti, nel vaso di cristallo sul comodino – un posto d’onore
per un dono che non se lo meritava, chiarì Subaru con un’occhiata,
quando Seishiro lo venne a trovare in via ufficiale, e quando i petali già
perdevano freschezza.
«Accidenti, non sono durati molto.».
«Con che ti aspettavi potessi nutrirli?» ribatté Subaru,
acido.
Seishiro colse l’allusione e rise passandosi la mano fra i capelli.
«Beh, non si sa mai…», ma Subaru lasciò che quella
scomoda pallina cadesse a terra ignorata.
Tacquero.
«Ci sono innumerevoli ragioni» riprese l’assassino «per
cui mi dispiace di questo incidente, Subaru-kun…»
«Strano, visto che è l’unico che non sei stato tu a causare!»
«Che vuoi,» sospirò Seishiro, teatrale «certe volte
è il gesto, ad offendere, e non i segni che lascia…»
«Dimmi che ce l’hai con Fuuma» ridacchiò Subaru nervosamente
«e giuro che me ne tiro fuori da questa storia dell’Apocalisse,
perché cominciano a sceneggiarla davvero male!»
«Hai troppe cose che ti tengono tirato dentro.» lo riprese Seishiro,
con un sorriso trionfante, pronto a mandare avanti tutte le ragioni più
Subaru-centriche del mondo: logorio, senso del dovere, del dolore, del gioco
di squadra, eccet—
«No. C’è un filo solo.» lo contraddisse caparbiamente
Subaru, aggiungendo, fra sé e sé, che non aveva perso il dannato
occhio destro per fare un favore a lui, o ai suoi spaventosi, perversi trip
da psicanalista tedesco.
*
Resistettero.
Dovette – volle – portarseli a casa, in qualche modo, e il loro
vaso – che Kamui aveva preso come l’irritante capriccio di un malato
– si mise d’impegno per complicare quella disperata impresa di ritorno
al suo appartamento.
Il resto della loro permanenza floreale ebbe tuttavia il potere di irritare
Subaru oltre i limiti del ragionevolmente supponibile: un successo, pensò
sarcasticamente, per un regalo che portava l’ipocrisia incisa su ogni
stelo. Un altro pezzetto di legame double-face, che diceva tante cose, cose
che non gli piacevano molto, e che avevano – accidenti – un loro
imprescindibile, inafferrabile perché.
*
La Visita Domestica –
perché Subaru l’aspettava, dato che Seishiro non andava spargendo
visite di cortesia e fiori per ogni dove – arrivò quando lui si
trovò finalmente in grado di mettere su un the decente, e soprattutto
di poter restituire ogni affondo colpo dopo colpo: la miccia era agli sgoccioli.
Era quello che Seishiro sapeva già da un po’, e i fiori erano stati
un succulento incentivo a godersi lo spettacolo.
Avrebbe trovato un uomo pronto a dare battaglia: era questo, aveva compreso,
il bello di Seishiro - le venature di quel laccio che li avvinceva passavano
sul suo occhio di vetro, inosservate, e Subaru gliele avrebbe ritorte tutte
contro, perché Seishiro conosceva solo metà del loro potere.
L’altra metà di quello che era diventato scorreva loro nel sangue
– e c’era ben poco che Seishiro potesse fare.
E questo – almeno questo – poteva dire di averlo capito prima di
lui.
*
«Avrei voluto vederti
in circostanze un po’ più… beh, tranquille.» disse
Seishiro, appoggiato con un gomito alla penisola della cucina.
«No, non avresti voluto affatto.» disse a sua volta Subaru, categorico,
con la distaccata maturità di un uomo della sua età – ed
erano conquiste da sfoggiare, queste.
«Bella, la predica da chi va parlando di veri desideri!» rise forte
lui, la guancia poggiata su una mano.
«Non mi vorrai far credere che te la sia presa sul serio?»
«Non riuscirei, sei così intrattabile che mi deconcentri!»
«Quale onore!»
«Quale spirito, Subaru-kun…»
«Vuoi piantarla?!» sbottò lui, irritato
«… Non è un battibecco, questo, vero?»
«… Con un Sakurazukamori?!» scattò Subaru,
invelenito. Seishiro alzò le mani in segno di una resa a cui l’altro
non prestò affatto fede.
Silenzio.
«Andiamo,» disse all’improvviso, visibilmente seccato «non
puoi fingere quella faccia per delle cose che sai meglio di me.»
«No, non posso,» ne convenne l’assassino, cambiando espressione
«perciò veniamo al dunque, dato che il Kamui Oscuro mi parla dei
tuoi rovelli solo a metà, e mi lascia con la curiosità, poi.»
Subaru lo guardò di traverso.
«Fantastico, mi ficca il naso nelle faccende e il dito nell’occhio.
C’è altro?» sentenziò, con una freddezza tale che
Seishiro si sentì quasi più propenso a rispondere che a ridere.
«In teoria, potresti dare un minimo di ragione alla tua parziale perdita
di vista, dirmi la verità su un paio di cose e… beh, non credi
che tutta questa moda improvvisa dei veri desideri stia diventando una spina
nel fianco impagabile?»
«Seriamente,» ringhiò Subaru «con questa ti stai davvero
dando da fare per convincermi di aver disceso la china dell’idiozia, e
ti dirò – sto per cascarci. La ragione puoi trovarla benissimo
da te, no? In caso contrario… uhm, auguri.»
«Non è idiozia, è genio mancato!» si agitò
Seishiro con fare realistico. Subaru assistette allo show tamburellando con
le dita sul braccio. Vistosi incapace di far fronte alla causticità del
giorno – piccole prede crescono, e diventano moleste alquanto –
l’uomo sospirò.
«La mancanza, a proposito, è proprio qualcosa a cui potremmo fare
ammenda,» sorrise, avvicinandosi a lui «se tu mi dicessi cos’è
che—».
«Voglio?» concluse Subaru, scostando la mano di lui dal
suo braccio, e facendolo con tutto il desiderio abbastanza inane di scoraggiarlo
«Ci sono cose che vanno lasciate dove sono.» lo avvertì.
Seishiro si batté una mano sulla fronte, esplodendo in una risata –
un suono fastidioso e senza allegria.
Sono cose che si dissotterrano benissimo da sole – e io so che non ti piaceranno per niente, e che a me piacciono ancora meno.
«No, comunque.»
Ragazzino viziato, si deliziò Seishiro.
«Preferisci te lo domandi con una sciarada?»
«Non è mai stato un gioco a premi, tutto questo.»
«Mai?» ridacchiò.
«Mai.» soffiò Subaru sulle labbra che si erano chinate sulle
sue, a un millimetro dalla sua bocca. Appoggiò un dito fra di loro, ma
era un silenzio che a Seishiro stava stretto: Subaru lo vide chiudere gli occhi
e cominciare a baciare l’indice dal basso, con tocchi talmente lievi che
lo lasciarono pietrificato. Chiuse gli occhi anche lui, e si morse le labbra
quando Seishiro prese la punta in bocca, e la lasciò perché, finalmente,
potesse baciarlo.
La lingua scivolò oltre la barriera dei denti, e le unghie di lui gli
si piantarono nelle spalle mentre Subaru rispondeva con la stessa foga. Non
c’era arrendevolezza – l’arrendevolezza era cosa da perdenti,
e di tempo ce n’era ancora, per toccare il fondo.
Quando Subaru gli schiuse di più le labbra, Seishiro mordicchiò
delicatamente quello inferiore, e il ragazzo, le dita che si aggrappavano ai
suoi capelli, si scostò appena.
«Hai fatto il passo più lungo della gamba.» lo sfidò,
un filo di saliva teso ancora fra di loro come una ragnatela, la curva lucida
e arrossata delle sue labbra che esibiva un sorriso di scherno, l’occhio
sinistro che scintillava furiosamente.
«Scommettiamo?» lo rimbeccò Seishiro a bassa voce, riprendendo
a baciarlo con forza.
«Sicuro…» accettò lui fra un sospiro e l’altro
«… Almeno stavolta potrò cercare di tenerti testa…».
«Attento, Subaru-kun…» lo redarguì l’assassino,
afferrandogli i polsi con una mano e spingendolo contro un mobile.
«Oh, sì. Anche tu.».
Stanco di temporeggiare, visto e considerato che il gioco che Subaru stava reggendo
non era palesemente il suo, ma valeva il rischio, Seishiro affondò i
denti nel collo di lui, sentendosi rispondere con un gemito di disappunto. Il
corpo di Subaru cedette contro il suo, e Seishiro lo sorresse spingendo un ginocchio
fra le sue gambe, scaricando su di lui tutto il peso. Il ragazzo gemette sottovoce,
prima di agguantargli le labbra in un lungo, rabbioso bacio, il suo viso fra
le mani, la bocca che si chiudeva sul suo labbro superiore e il respiro accaldato
di lui che si lasciava sfuggire un sibilo. Sorridendo nella sua bocca, Subaru
cercò di muoversi contro di lui. Chiuse gli occhi: per un secondo avvertì
l’erezione di Seishiro strusciare contro la sua, ma lui fu più
rapido – gli artigliò il bacino con le mani e lo premette contro
il bordo del ripiano.
«Ma guarda cosa abbiamo qui…» riuscì a dirgli Subaru,
con un sorrisetto obliquo e malizioso.
«Uomo di mondo, l’unica erezione che tu abbia mai visto è
la tua, quindi non spaventarti troppo, e non cercare di fare il saputello con
me…»
«… Perché ti eccita pensare che tu sia il primo, o perché
ti manda in bestia il contrario?». Si lamentò quando lui gli sollevò
la maglia per baciargli i capezzoli e lo stomaco, una mano che armeggiava con
il bottone dei jeans.
Lasciò la presa sui suoi polsi, e Subaru gli sfilò giacca e cravatta,
gettandoli sul tavolo. Si aggrappò al primo bottone della sua camicia,
perché le dita di lui gli accarezzavano la punta, oltre la stoffa dei
boxer. Subaru trattenne il fiato, ben deciso a non volergli dare soddisfazione.
Sconfitto, gli appoggiò la testa nell’incavo del collo, gemendo
ritmicamente mentre seguiva il movimento delle sue dita.
«È a me, che gli indovinelli non piacciono.» soffiò
nel suo orecchio come un gatto arrabbiato, il suo respiro scottante come una
febbre mentre sfiorava la curva esterna con la punta della lingua. Subaru schiacciò
la testa contro il suo collo, mugugnando qualcosa, a un passo dall’orgasmo.
Seishiro ritirò la mano, e il ragazzo si promise di ucciderlo all’istante.
«Il senso non cambia in ogni caso.» mormorò Subaru nel suo
orecchio «Certi legami non li puoi spezzare.» aggiunse, mordendogli
il lobo e lasciando che Seishiro gli strattonasse via la maglia.
Prima che Seishiro potesse arrivare a slacciarsi la cinta dei pantaloni, le
sue dita l’avevano già afferrata e allentata. Scivolarono in fretta
al di sotto mentre l’uomo lo teneva saldamente per i glutei e gli baciava
il collo e la clavicola, soffocandovi un ringhio contro. Subaru fu costretto
a tirar fuori la mano per sorreggersi, stringendogli i capelli dietro la nuca.
Seishiro l’aveva attirato contro di sé a un livello così
insopportabile che il ragazzo si ritrovò a gemere nel suo bacio. Con
un sogghigno, Seishiro lo sollevò da terra e si fece abbracciare i fianchi
con le gambe. Lui non lo intralciò, gli lascio aprire di colpo la porta
del corridoio e poi della camera da letto.
La luce era spenta, ma Seishiro lo spinse con forza sul letto, senza lasciarlo
un attimo, sollevandosi solo per togliergli i jeans e spogliarsi a sua volta.
Subaru, dal canto suo, stava cercando di riaversi, perché la spinta lo
aveva mandato a sbattere contro la testiera del letto, ma Seishiro era già
su di lui, l’odore dolce dei suoi capelli e quello pungente della sua
pelle gli entravano a fiotti nelle narici – lo sentiva muoversi frenetico
contro il suo corpo scivoloso di sudore, così tese un braccio fuori dal
materasso per cercare l’interruttore della lampada sul comodino.
«Merda!»
Lo mancò.
Udì il pesante vaso di vetro oscillare pericolosamente, poi lo sentì
schiantarsi a terra in mille pezzi.
Seishiro scattò ad accendere la luce.
Subaru fremeva sotto di lui: la lampadina dorava appena il viso rosso e stravolto
e lo scintillare collerico dell’occhio sinistro, la benda stretta sull’altro.
Teneva le labbra dischiuse appena per far filtrare il respiro, rapidissimo e
bruciante.
Non parlarono.
Mentre tornava a baciarlo ancora, le gambe di Subaru che gli avvolgevano di
nuovo il bacino, Seishiro aprì il cassetto alla ricerca di qualcosa che
potesse fare da lubrificante, ma tastò solo il vuoto. Rise nella bocca
di lui mentre se ne staccava. Subaru non si meravigliò nel vederlo che
si inginocchiava per guardarlo dall’alto in basso con una fredda occhiata
indagatrice – l’impazienza si vedeva, però, e Subaru rimase
senza espressione al suo cospetto.
Certi sguardi non lo intimorivano più.
Lo prese di sorpresa: si avvinghiò con una mano dietro al suo collo e
si mise in ginocchio anche lui, premette le labbra sulle sue e rotolò
di nuovo all’indietro, chiudendo di nuovo il bacino di Seishiro fra le
sue cosce ed obbligandolo a muoversi appieno per seguirlo nel bacio.
«Ricordati» bisbigliò Subaru a denti stretti, nel minuscolo
triangolo d’aria fra le loro bocche «che non ti lascerò andare.»
Gli rispose un sorriso sprezzante.
Subaru resse il suo sguardo senza battere ciglio; Seishiro, spostatosi, fece
lo stesso mentre si portava due dita alle labbra e succhiava. Il ragazzo fece
un respiro profondo, e il suo sforzo si trasformò in un gemito strozzato
quando lo sentì muoversi velocemente dentro di sé. Per quel che
gli era possibile, si contorse e si lamentò, esplodendo in piccoli, umidi
lamenti, la pelle arroventata e il suo nome che gli si infrangeva mille volte
sulle labbra, ad ogni sussulto.
Strinse il copriletto nel pugno quando lui ritrasse lentamente le dita.
«Scopami, che aspetti?» sbottò, squadrando Seishiro con un’esasperata
occhiata di sfida. L’assassino lo fissò con la stessa intensità,
ma finì per ridacchiare sotto i baffi nel bagnarsi il palmo con la saliva
a strofinarlo su di sé prima di affondare fra le cosce di Subaru. Lo
sentì prima irrigidirsi mentre si lasciava sfuggire un mezzo grido di
dolore; poi, lentamente, Seishiro si fece strada con affondi secchi e precisi,
la carne di Subaru arida e stretta contro la sua.
«Vieni, stronzo!» gli gridò Subaru, conficcandogli le unghie
nelle spalle, chiudendo gli occhi nel muovere ostinatamente il bacino al ritmo
di ogni sua spinta, lasciandolo annegare a toccare quel punto, per
prendersi da lui quella briciola di piacere inutile, per lasciarlo spingere
fino a toccare il fondo di sé, come a non volersi più distinguere
da lui.
Non era scopare e non era fare l’amore, si disse distrattamente, fra un
singhiozzo e l’altro. Se ne stavano lì e basta, né carne
né pesce, loro – Seishiro venne, e Subaru con lui – e il
loro vuoto.
Inspirò fra i capelli madidi di lui e lo sentì uscire da sé.
Una scopata è una voglia che in otto anni passa, si disse.
È il resto, che rimane acquattato sotto.
Seishiro sfregò il naso sulla garza, causandogli una piccola scarica
di dolore, poi si allontanò per fingere di dormire sull’altro cuscino.
Tenuto sveglio dal fastidio, Subaru si voltò in direzione della finestra.
Il mattino dopo avrebbero dovuto fare attenzione ai vetri.
~
A/N 28 giugno 2008, ore 3:20. Perché io lo dico sempre che il primo amore non lo si abbandona mai <3. Scritta in due-tre giorni, avevo bisogno di una storia che chiamasse un po’ le cose col proprio nome e che spiegasse al mondo (??!!) che sotto a quel sesso SXS che non c’è mai stato ci sarebbe tutto, tranne che il sesso fine a sé stesso (anche se ammetto che quello che ne è uscito fuori è tutto diverso, a scapito dell’intento XD). Oh, io però ci ho provato XDD. Il titolo è dalla canzone omonima dei Placebo – considerato il testo, l’ho sempre trovato un titolo molto ironico ed amaro (e sì, si parla di desiderio molto altalenante lì XD). Grazie a Glory Box dei Portishead, dato che l’ho ascoltata a ripetizione scrivendo, e grazie a lisachan e a Nausicaa, la prima per aver detto che questa storia è diversa *^* (e io credo che lo sia, almeno un po’) e Nausy perché è indirettamente colpa sua se ho finito di scriverla stanotte XDDDD. Ed evviva i Seishiri vivi fuori dalle post-X16 XD! Non tutto fila bene, però: urge betaggio in mattinata…
Until then, buonanotte
a tutti, gente!
Juuhachi Go.