| Keiko ( @ 2008-09-20 15:31:00 |
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[RPF: My Chemical Romance] Noi, che non ci guarderemo indietro mai (2/5)
Titolo: Noi, che non ci guarderemo indietro mai
Fandom: My Chemical Romance
Personaggi: Ray Toro, Bob Bryar, Gerard e Mikey Way, Frank Iero, Jamia Nestor
Parte: 2/5
Rating: Arancione
Warning: AU (sci-fi) Steampunk, drama
Conteggio Parole: 20597 (intera storia)
Riassunto: Inghilterra, A.D. 2051. Sono passati duecento anni dalla monarchia della regina Vittoria eppure il Regno Unito – a cui sono annesse le colonie Indiane – è ancora chiuso nell’ostracismo orgoglioso della convinzione di poter essere indipendente dal resto del mondo. Chiuso in un Ottocento Vittoriano a livello morale e sociale, le innovazioni tecnologiche sono arrivate all’Ottava Rivoluzione Industriale, in un processo slegato totalmente da quello del resto del mondo. L’attuale regina – Vittoria Elizabeth III – sta attuando un ennesimo giro di vite che restringa ulteriormente la libertà del suo popolo, avviando il Regno Unito forse verso la dittatura. Mentre il divario tra l’aristocrazia e il proletariato diviene sempre più profondo e gli intellettuali sono succubi del perbenismo della Quarta Epoca Vittoriana, qualcuno cerca di porre fine all’embargo nell’unico modo possibile: la rivoluzione.
Note: Fanfiction scritta per la III Disfida de "I Criticoni", Brainstorming. Il titolo della fanfiction riprende quello dell'omonima canzone dei Negrita.
Disclaimer: I My Chemical Romance (Gerard Way, Mikey Way, Bob Bryar, Frank Iero e Ray Toro nella loro ultima formazione) e Jamia Nestor (storica fidanzata e ora moglie di Frank Iero) ovviamente non mi appartengono. Sono persone realmente esistenti, con cui ho voluto giocare un po', usando eventi storicamente accaduti e la mia fantasia di fan. Ma si tratta di eventi di PURA FANTASIA (ovviamente, visto il contesto in cui si svolgono i fatti), destinati al diletto ed all'intrattenimento di altri fans. Non si persegue alcun intento diffamatorio o finalità lucrativa.
Nessuna violazione dei diritti legalmente tutelati in merito alla musica ed alla personalità degli artisti succitati si ritiene dunque intesa.
All’Expo mancavano poco meno di due mesi e molto ancora pareva lasciato al caso.
Gerard provava, al calar di ogni sera, un senso di soffocamento al centro del petto, come se tra le dita gli passassero esistenze che avrebbe condotto, con ogni probabilità, alla morte.
“Anche oggi sei qui da solo? Ti farà male rimuginare Gee.”
Aveva sollevato lo sguardo su Ray, che lentamente si avvicinava alla gradinata esterna della chiesa. Chiunque, nel vederli passando, li avrebbe scambiati per uomini timorati di Dio, quando in verità avevano smesso da tempo di credere nell’esistenza di un qualcosa di così potente da poter cambiare le loro esistenze solo desiderandolo, senza però ribaltare le sorti di un paese privo di qualsiasi libertà.
Il sole calava lentamente compiendo l’ultimo tragitto che lo separava dall’orizzonte, attendendo forse di poter scorgere la luna beffarda nella sua pienezza candida.
“Che cosa ti tormenta? Ultimamente anche alle riunioni sembri abbastanza nervoso.”
“Se vi stessi portando tutti alla morte?”
“Gee, tu ci hai fatti sentire vivi come mai prima. Tu hai aggiunto vita alle nostre esistenze e questo è di gran lunga più importante che aggiungere giorni alla vita, no?” (2)
Gerard non aveva risposto fissando però la figura di Bob, che si era avvicinato a loro a passo svelto.
“Sembrate due artisti da strapazzo senza il becco di un quattrino, seduti a quel modo.”
“E’ più importante possedere un’esistenza breve ma densa di emozioni piuttosto che una vita lunga in balia degli eventi.”
“Sono tutte cazzate Gee. Tutte le tue stronzate dettate dalla paura. Lo sai cos’è meglio no? Vivere e schiantarsi morendo contro un muro piuttosto che nel letto della tua comoda casa a ottant’anni. Io non vivrò abbastanza a lungo per vedermi invecchiare, ma so perfettamente che avrò la morte che desidero.”
Frank aveva fatto capolino dalla porticina laterale della sagrestia, probabilmente reduce da qualche colloquio con Padre Martin.
Se non ci fosse stato lui ad abbracciare il Movimento, non avrebbero avuto né un luogo sicuro ove ritrovarsi né una copertura abbastanza valida in caso di necessità.
Ma Padre Martin era stato il tutore del signorino Iero e, come tale, aveva riconosciuto nel giovane ribelle una causa talmente nobile da non poter fare a meno di appoggiarla, seppur a modo proprio. Non potendosi schierare apertamente con un manipolo di giovani idealisti anglicani, aveva fatto ciò che sarebbe stata l’unica possibilità di salvezza per tutti quanti: trasformare St. Helena in un circolo artistico, dedito all’insegnamento dei dettami della Regina.
“Frank tu non ragioni.”
“Sei tu che parli e parli illudendoci per poi tirarti indietro. Come puoi essere la nostra guida se hai paura delle tue stesse parole?”
“Non credo sia questo il problema. Non puoi farci credere che tu non hai mai avuto ripensamenti. Jamia? Sai che la lascerai sola, vero? Sai che quando saprà da che parte stai le spezzerai il cuore, no?”
Aveva fissato Bob torvo, gettandosi su di lui stringendo i baveri della giacca in velluto tra le mani per attirarlo vicino a sé, cercando di eliminare il divario in altezza che li divideva.
“Non parlare mai più di cose che non conosci, Bob. O giuro su Dio che ti farò rimangiare una a una tutte le tue parole.”
“Smettila di fare il bambino irresponsabile e rifletti. Non puoi farti guidare da questa passione costante, da questa rabbia che ti esplode nel petto e ti accende. Ti ucciderà.”
“Mi ucciderà molto meno dell’inedia, Gee.”
Gerard non l’aveva guardato, si era limitato a scoccare laconico la propria sentenza continuando a guardare l’orizzonte mentre le strade andavano via via svuotandosi, mentre Bob gli aveva sfilato le mani dal proprio bavero con fare conciliante.
“Frankie è una scelta che ognuno di noi deve fare. In verità siamo ancora tutti in tempo per tirarci indietro e non potremo biasimare né chi deciderà di restare, né chi deciderà di rinunciare. Cos’è questo odio che ti divora?”
Lo sguardo del giovane si era fatto stanco e si era lasciato cadere sui gradini, sedendosi accanto a Gerard.
“Amo Londra. Amo Jamia. Amo St. Helena e tutto ciò per cui ho vissuto e di cui ho infarcito la mia vita. Io ho vissuto, non ho ceduto un solo attimo alle restrizioni della regina. Leggevo romanzi proibiti di nascosto, ho frequentato una scuola cattolica quando siamo solo una minoranza nell’intero regno. Mio padre non si sbaglia quando dice che sono l’onta d’infamia della nostra famiglia. Non ho chiesto io il cognome degli Iero. Non ho chiesto io di avere la forza necessaria per cambiare il mondo ma l’ho avuta e la considero un dono. Non la sprecherò, eppure seguire questa strada significa far soffrire la donna che amo. Non è giusto.”
“Siamo tutti quanti a un bivio a quanto pare.”
Ray aveva lasciato la parola a Bob ma sapeva bene che ognuno di loro avrebbe dovuto compiere una scelta a quel crocevia maledetto.
Ognuno di loro, quella sera, avrebbe pensato per sé.
Due mesi volano in fretta, due mesi non sono altro che una rapidissima pennellata che passa talmente veloce da non permetterti nemmeno di nascere in quel lasso di tempo.
Era normale per loro passare da St. Helena senza avere le riunioni: Padre Martin gestiva i rapporti con i finanziatori e cercava proletari disposti a ribaltare le sorti della propria classe, attendeva i giovani del Movimento e li accudiva come figli.
Se qualcosa fosse andato storto, il primo corpo a penzolare dalla forca sarebbe stato il suo. Forse loro si sarebbero salvati, ma non Padre Martin.
Era già condannato ancora prima di combattere e se per loro ancora vi era una possibilità di fuggire in ritirata, lui non avrebbe più potuto scegliere.
Nel momento in cui aveva offerto St. Helena al Movimento e aveva deciso di mettersi in gioco in prima persona facendo da intermediario, aveva firmato la sua condanna a morte.
Padre Martin aveva seguito passo dopo passo la nascita del Movimento e ne aveva alimentato, seppur involontariamente, i principi su cui era sorto.
Se Gerard si fosse voltato indietro, a guardare ciò che aveva seminato lungo la propria esistenza, avrebbe sicuramente notato quanto importante per lui fosse stato l’incontro con Ray e successivamente quello con Frank. Era stato infatti il fuoco che ardeva nello sguardo di quel cattolico a fargli decidere che valeva la pena lottare per qualcosa che non fosse solo il tenere segreto qualche poema romantico abilmente sottratto ai controlli della Corte.
Tutto ciò che poteva rappresentare un diversivo al grigiore della Londra puritana, o anche solo un qualcosa che ne poteva insozzare gli ideali, o ancora qualcosa che potesse avvicinarsi a un immaginario collettivo che si annidava nella tradizione popolare, veniva cancellato.
La regina aveva ordinato – nella sua folle corsa verso un totale controllo sui suoi sudditi in un paradosso di restrizioni che lasciavano piombare la società inglese in un nuovo medioevo – il ritiro dal mercato di opere di valore artistico del periodo romantico, passando attraverso tutti quei gioielli d’intelletto che avevano intessuto trame e colori su qualcosa di strettamente legato all’immaginazione.
Nel nuovo Medioevo dell’Inghilterra – che si differenziava dai periodi bui dell’Anno Mille per le innovazioni tecnologiche che la scoperta del motore a vapore aveva portato con sé, complici le rapidissime scoperte scientifiche che l’avevano poi seguito – la lotta principale che i Lord della Camera attuavano era quella volta a mirare alla totale lobotomizzazione degli individui.
Senza luoghi lontani da osservare da una tela di Friedrich, senza i poemi cavallereschi di un perduto Mallory – nonostante fossero parte integrante della nobile tradizione dell’isola – né le tele di Rossetti dedicate ai suoi canti, cosa restava agli uomini?
Restavano solo tele che ritraevano la piattezza della vita quotidiana, fiabe per bambini che venivano lette sbadigliando, racconti vecchi di cent’anni riscritti in chiave moralista di modo che tutto fosse finalizzato a quel perbenismo fittizio che aveva permeato l’intera società inglese.
A poco a poco, stavano strappando via loro anche i sogni. Dopo aver salvato e nascosto numerosissimi romanzi bollati come “contrari al pubblico pudore” dalla Camera dei Lord, Gerard e Ray si erano visti costretti a elargire il proprio segreto a Mikey, capitato per errore nella piccola soffitta della tenuta della villa di campagna dei Toro alla disperata ricerca del fratello e dell’amico.
Ritrovatosi dinnanzi a una distesa di tomi meticolosamente catalogati per autore, per Mikey si erano aperte le porte di un mondo nuovo e così era nata la prima parte del Movimento.
La scrittura di poesie, le ore perdute a leggere romanzi e osservare litografie ritirate dal commercio, erano valse loro una formazione interiore da idealisti.
Frank Iero era l’amico di solitarie notti a passeggio per le strade di Londra di Mikey Way, che l’aveva scelto come il fuoco passionale che avrebbe scaldato i loro animi nelle notti di sconforto, con quel suo ottimismo contagioso.
Le loro erano notti costruite di discorsi tendenti verso un qualcosa che in passato era stata un’utopia conosciuta come Romanticismo e che niente avrebbe potuto spegnere all’interno del loro sguardo.
Per ultimo, si unì a loro Bob.
Bob era capitato nel gruppo grazie alla simpatia che aveva suscitato in Gerard e solo successivamente si era rivelato un’ottima spalla che riusciva ad attenuarne i difetti marcati e crudeli.
I cinque si erano così avvicinati a un concetto troppo ampio per poter essere trattenuto tra le sole pagine inchiostrate di qualche romanzo e via via che passava il tempo, si era fatto violento il desiderio di porre in concreto tutto quello che un tempo in Inghilterra esisteva realmente.
Libertà, arte, speranza, sogni.
Tutto era stato cancellato da un metodo scientifico di quotidiana utilità che aveva travolto e schiacciato ciò che non era tangibile con mano, negando persino l’esistenza di Dio là, ove necessario.
Padre Martin fu la prima pietra a essere posta per rendere concreto ciò che da sempre era utopia.
Il religioso amava ascoltare le letture ad alta voce di Gerard, gli piaceva vedere nello sguardo di Frank tutto l’ardore dei suoi vent’anni, nello sguardo di Mikey il disinteresse per ciò che lo circondava e nei gesti un po’ bruschi di Ray e Bob tutta la concretezza di ideologie che non potevano rimanere tali a lungo.
Erano cinque individui che, anche solo ascoltandoli parlare, sapevano farti sognare.
Così, Padre Martin decise di poter salvare i propri sogni e le proprie speranze, piuttosto che annegare nella miserevolezza della realtà e altri, dopo di lui, avevano iniziato ad avvicinarsi al Movimento attraverso le omelie delle sue messe – simboliche sino all’eccesso eppure comprensibili per chi, quei sogni, non li aveva mai perduti –, l’invito per eccellenza a staccarsi dalla certezza economica per librarsi in volo.
Gerard Way era questo che avrebbe visto, se solo avesse avuto il coraggio di voltarsi indietro.
Era difficile però guardare al passato con l’incertezza del futuro nel cuore e l’effettiva probabilità di condannare a morte decine di persone, tra le quali diverse che amava.
Avrebbe voluto scaricarsi da ogni responsabilità, gettarle persino sulle spalle di Frank: lui il carattere per prendere le decisioni importanti l’aveva.
Glielo leggeva in faccia che avrebbe lasciato Jamia per non causarle dolore, distruggendo però la propria felicità.
Valevano così tanto gli ideali?
Un sogno, può superare di gran lunga le certezze di una vita?
All’inizio, quando aveva visto quel giovane aristocratico appostato fuori dalle fabbriche tessili, credeva che tutto fosse legato a qualche capriccio sentimentale: capitava spesso, infatti, che qualche nobiluomo si invaghisse di un’operaia e cercasse in tutti i modi di averla. Qualcuna cedeva a quelle lusinghe per poi essere crudelmente abbandonata – magari con un figlio non desiderato in grembo – altre, pochissime, rifiutavano quella corte serrata e si tenevano ben salde al proprio mondo fatto del puzzo delle tinture acriliche, dell’odore stantio del vapore, di mani rotte dall’acqua bollente o ghiacciata e dalla certezza di invecchiare lì, nei sobborghi di Londra.
Quello però era diverso da tutti gli altri: non aveva lo sguardo del cacciatore ma quello dell’osservatore attento, di chi attende un solo, minuscolo segnale che gli permetta di avvicinarsi, superando la linea immaginaria del confine che separa il suo mondo da quello dei proletari.
Una sera, allora, l’aveva seguito.
Incuriosita da quella presenza abbastanza fastidiosa che li fissava uno a uno come a volerli poi ricordare tutti quanti in un elenco immaginario di volti senza nome, era scivolata nella penombra a spiare quel giovane misterioso dalla bellezza particolare, non necessariamente violenta – di quelle che ti lasciano senza parole e ti fanno battere il cuore anche se non provi nulla, un po’ come trovarsi davanti a un dipinto bellissimo – ma forte nella sua definizione complessiva.
Così aveva scoperto quell’alcova di speranza.
Era Dio che li aveva mandati, era certa che quello fosse il raduno di Apostoli futuristici che li avrebbero tratti in salvo da quell’Inferno in terra.
Era certa sapessero tutto sulle loro condizioni: sulle donne morte per ustioni da vapore, sui vecchi costretti a trasportare il doppio del proprio peso da un bancale all’altro di stoffe pesanti con il solo ausilio di macchine che emettevano sbuffi di vapore incandescente, spesso accompagnate da fiammate che rischiavano di bruciare ciò che le attorniava. O ancora che sapessero delle malattie della pelle dovute alle tinture chimiche a cui erano esposti per sedici ore al giorno: e sarebbe bastato così poco per evitarle, gli strumenti necessari che i medici possedevano per le ricerche scientifiche – mascherine, guanti, camici di fibra anti-respirante – eppure nessuno impiegava così tanti fondi per la salvaguardia della propria manodopera.
Ma se non era interesse degli imprenditori, in chi potevano sperare?
Nella Regina che badava ad avere un regno perfetto nella sua apparenza costruita ad arte? O nei preti anglicani e protestanti che chiedevano a gran voce di lavorare per guadagnarsi il Regno dei Cieli, come se fosse un peccato mortale nascere proletari e non aristocratici?
Era ironico come, invece, erano stati nobili nullafacenti a prendere le loro difese.
Ancora in segreto, ma c’erano.
Solo quello la faceva sperare in un futuro migliore.
Bastava poco in un’epoca in cui a stento credere in Dio poteva darti sollievo, per sperare realmente.
“Tu non sei una proletaria, vero?”
Mikey gliel’aveva chiesto mentre era seduta nella prima fila dei banchi della chiesa, in attesa dell’inizio del discorso di quel mercoledì.
“Cosa te lo fa pensare?”
Non gli aveva nascosto le mani rovinate dal lavoro né l’abito sdrucito e sudicio. Per quanto cercasse di tenerlo insieme e dargli un aspetto decoroso, lo indossava da troppi anni per potergli concedere un’aria pulita.
“Questo abito.”
“Molti aristocratici concedono ai centri di aiuto abiti dimessi che non utilizzano più.”
“Non ti da’ fastidio la carità?”
“E’ un valore religioso.”
“Nessuna donna si separerebbe mai dal proprio abito da sposa.”
“Per quel che vale il matrimonio tra i nobili, dubito possa rappresentare un ricordo tanto felice per qualcuno.”
L’aveva fissata senza essere sorpreso dall’amarezza di quelle parole, come se le avesse rubate dai suoi pensieri più nascosti.
“Come ci hai trovati?”
“Iero spicca in mezzo agli operai. Dovrebbe cercare di mimetizzarsi un poco: un aristocratico che se ne va da lì senza alcuna donna è decisamente sospetto.”
Aveva sorriso, senza felicità però.
Era più sarcasmo il suo, o circostanza, anziché effettiva allegria.
Nessuno era felice a Londra, nessuno poteva permettersi di esserlo se non con una rivoluzione che avrebbe cambiato l’intero sistema.
Con una rivoluzione repubblicana, non illuminista ma romantica.
“Come ti chiami?”
“Christabel.”
“Solo Christabel?”
“Solo Christabel.”
Il minore dei fratelli Way aveva cercato di rendere labile l’alone di mistero che avvolgeva la giovane eppure, per quanti sforzi facesse, riusciva sempre a essere zittito da quelle frasi che non gli davano appiglio per proseguire una conversazione.
Di certo una proletaria non avrebbe mai parlato a quel modo né indossato abiti simili né guardato a quel modo il mondo.
Lei lo sfidava, come lo sfidava Frank.
Avevano lo stesso sguardo loro, lo stesso fuoco dentro a fomentarli: solo, Christabel aveva la pacatezza tipicamente femminile che un qualsiasi uomo non avrebbe potuto avere mai.
Solo Christabel.
E la confusione, nel cuore.
“Cos’hai fatto alla mano Frank?”
Passeggiavano lungo le strade affollate di Londra in un pomeriggio temperato in cui persino il clima aveva concesso una tregua all’isola.
“Nulla di che, Jamia.”
Lei aveva passato il braccio al di sotto del suo, stringendo tra le dita la stoffa della manica della giacca dal taglio elegante.
“Non sai prendermi in giro, Frank. Hai preso parte a qualche rissa?”
Jamia aveva l’incredibile dono di chiedergli sempre la verità, senza aspettarsi per contro una pillola indorata da ingerire.
La inghiottiva e basta.
Probabilmente, se Frank le avesse detto di aver passato la notte con qualche prostituta, gli avrebbe sorriso e avrebbe continuato a passeggiare al suo fianco serenamente.
A ogni comportamento di quello che era stato prima un amico carissimo d’infanzia per poi trasformarsi in quel qualcosa che non poteva permettere prendesse un nome, Jamia dava una giustificazione.
Non necessariamente buonista, spesso era solo l’impeto della sua passionalità a guidarlo ma proprio per quello, incantevole nella sua spontaneità.
Frank era ciò che non sarebbe mai stato artificiale nella sua vita, tutto ciò che l’avrebbe sempre fatta volare un po’ più in alto rispetto al resto degli inglesi, eppure temeva di perderlo.
Suo padre non avrebbe mai accettato di avere Frank Iero come membro della propria famiglia eppure non le aveva mai proibito di vedere uno dei rampolli su cui Londra adorava intessere leggende di ogni genere.
Frank faceva chiacchierare, discutere, stizzire: ma usciva indenne da ogni chiacchiera con un semplice sorriso o una battuta mai sgarbata.
Attirava la ragione del caso a sé comportandosi da perfetto gentiluomo, quando dentro il sangue gli ribolliva nelle vene.
Sangue nobile che reclamava giustizia. “Allora?”
“Dai Jamia, non è davvero nulla.”
“Fai come ti pare. Se dovesse fare infezione, non correre da me a cercare qualche medicazione però.”
Frank l’aveva guardata un po’ sconsolato, come se si aspettasse altre domande curiose.
“E va bene, te lo mostro: ma devi giurarmi che non mi rimprovererai.”
“Se ti sei rotto una mano contro un muro è chiaro che mi arrabbi no?”
Aveva lentamente lasciato scivolare la garza dal dorso della mano, cercando di nascondere ciò che si celava al di sotto di essa.
Tutto quello che Jamia riusciva a scorgere era la chiazza scura di un ematoma che si stava espandendo e gli aveva strattonato senza troppa grazia il polso verso di sé, distinguendo chiaramente quello che vi era impresso.
“Dove te lo sei fatto?”
“Alla zona del molo.”
“Sei pazzo.”
“L’amore è pazzia, Jamy.”
Se fossero stati soli o in qualsiasi altro luogo abbastanza riparato, sarebbe scoppiata a piangere.
Lei non piangeva mai se non per due motivi: gioia e dolore, i due estremi della medesima retta emozionale.
In quel caso però, non riusciva a comprendere quale dei due sentimenti stava sospingendo il suo cuore sino alla gola, come se tentasse di farglielo sputare fuori.
E una nobildonna non può permettersi nulla che possa sconvenire alla sua reputazione no? Niente debolezza, niente cuori gettati nelle mani sbagliate, niente emozioni lampanti: solo una pacata serenità da futura moglie perfetta e inviolabile.
Devota. “Non avresti dovuto Frank. Come farai a…”
“Ci sono cose che vanno fatte. Quando tutto sembra sfuggirti, qualcosa deve restarti impresso sulla pelle.”
“Deve restarti impresso sul cuore.”
“Quando il cuore cessa di battere, tutto quello che c’è dentro finisce con lui. Quello che resta, fino a quando anche il corpo non si deteriora, è la carne. E quella, almeno, dura un po’ più a lungo.”
Non aveva osato alzare lo sguardo sul suo viso perché vi avrebbe letto ciò che più temeva: un addio.
Frank poteva stupirti in mille modi senza sbagliare mai: cantando, raccontandoti aneddoti divertenti, semplicemente strappandoti un sorriso quando meno te lo aspettavi.
In quell’istante però, era consapevole che non c’era l’intento di stupirla – o meglio, c’era stato di primo impatto – ma il ben più difficile cercare di farle comprendere qualcosa che per mesi aveva rifiutato di vedere.
“Dove andrai?”
“Resterò a Londra.”
Lo sguardo continuava a non staccarsi dal suo nome inciso con inchiostro nero sulla pelle candida delle sue mani, le unghie corte a causa del suo gesto nervoso che lo portava a staccarne le pellicine durante i momenti di maggior tensione.
“Non dovresti continuare a mangiarle.”
“Non lo accetterai mai vero?”
“Io ho sempre creduto che non ci fossero segreti e invece questo è un addio. Uno dei tuoi tipici addii. Grandi gesti, grandi parole, luce fioca e grandi lacrime. Ma niente grande finale. Non per noi almeno.”
“Non è detto che siano lacrime Jamia, ma sarà per certo un grande finale.”
“Non per noi.”
“Sarà un nuovo mondo per tutti.”
“Mpf, parli di nuovo mondo Frank? Tu non puoi credere davvero che un manipolo di uomini che parla d’arte per tutto il giorno possa permettersi di cambiare un intero Regno. Non puoi davvero pensare che i rampolli dell’alta società che si sono fatti abbindolare dalle parole di Lord Gerard Arthur Way abbiano davvero il potere politico per fare una cosa simile. Sarà un bagno di sangue.”
“Sarà un bagno di folla e grida. Sarà un unico suono che diromperà per le strade di Londra e via via si propagherà sino alle zone più estreme delle Indie.”
Aveva lasciato cadere la mano di Iero lungo il suo fianco, cercando di non gridargli in faccia quella domanda che tentava di uscirle dalla bocca, quel grido muto che si faceva largo tra le sinapsi di una mente devastata dal dolore.
Qual è il mio posto Frank, nella tua stupidissima scala delle priorità?
Troppo in basso per decidere di continuare a vivere solo per me, vero? “Sei un folle e come tutti gli altri ti sei fatto ammaliare da Way. Apri gli occhi Frank, siete solo il mezzo per sconvolgere un po’ Londra. Poi tutto finirà in una bolla di sapone e voi sulla forca.”
“Non conosci Gee, non puoi parlare di lui come se lo conoscessi alla perfezione.”
“Giusto, scusami. Dimenticavo che tutto ciò che lo riguarda è sacro.”
“Adesso cosa diavolo ti prende?”
“Sei un egoista. Alle conseguenze delle tue azioni non pensi mai? Tanto tutto si risolve con un sorriso, vero? Non va sempre così, ci sono volte in cui non basta sorridere per cancellare il dolore provocato dalle parole.”
L’aveva fissata ferito, e a lei quello sguardo sbalordito non piaceva perché racchiudeva un dopo che conosceva sin troppo bene e che non voleva rivivere per la milionesima volta nell’arco di pochi mesi.
“E’ giusto che tu segua la tua strada. Ma non puoi coinvolgermi ulteriormente nei tuoi sogni a occhi a aperti.”
“E se funzionasse? Se tutto invece si avverasse?”
“Frank, hai lasciato anche il college per seguire Gerard! Agli occhi dei londinesi sei un fallito.”
Ora si, aveva colpito basso.
“E’ per quello che stavi con me? Per i soldi di mio padre? Ti interessa più quello che la gente può dire che quello che io dico. Io credevo tu potessi capire quanto fosse importante per me tutto questo.”
“Lo capisco, ma lo trovo assurdo. Non sarà un qualcosa che potrà farti vivere.”
“E’ vivere questo?”
Quella domanda si era persa nella brezza della sera così come, con ogni probabilità, le lacrime della ragazza che si allontanava da lui stretta in un abito di un pallido azzurro.
Era quello il prezzo da pagare per i sogni?
L’amore?
Guardò a lungo l’ultimo angolo dietro cui era sparita poi, quando anche l’ultimo velo di azzurro scomparve dalla sua memoria, si diresse verso il porto del molo.
Il Tamigi spaccava in due Londra come lo stavano facendo loro.
Quella zona sporca, abitata da malviventi e prostitute, lo faceva sentire pulito: correva sempre là, quando litigava con Jamia.
Poteva annegare il dolore che si costringeva a mettere a tacere con qualche birra e le parole dolci che qualche donna di strada gli sussurrava all’orecchio.
Erano false almeno quanto la Regina, quelle.
Però gli facevano bene, sino a quando quell’attenzione non si trasformava in invadenza del suo corpo e allora finiva tutto in un altro boccale di birra e un arrivederci all’oste.
Frank era un vassallo ideologico di Gerard, l’esemplare più bello della sua serra di fiori del male.
Adorava coltivarli, amava sfiorarne i petali delicati e curarne gli steli sottili.
Sarebbero stati bellissimi chiusi in eterno sotto una cupola di vetro, all’interno di un palazzo incantato in cui la loro bellezza non sarebbe sfiorita nel tempo.
Ray Toro e Bob Bryar potevano vantare una sintonia perfetta, una di quelle da migliori amici.
Quelle amicizie tipicamente maschili e goliardiche dedite al mutuo soccorso che riuscivano a strappare sorrisi maliziosi alle feste dell’alta nobiltà londinese.
“Pensi che Gerard si tirerà indietro Ray?”
Bob non sembrava preoccupato, piuttosto voleva la conferma che i timori di Frank non avessero reale fondamento: l’empatia del più giovane tra loro con Way era qualcosa che trasudava magia quasi.
Se fosse stata tale, qualcosa di telepatico per esempio, poteva essere che quella paura fosse concreta e allora, tutti loro sarebbero morti per cosa?
“Gee non tenterà di fuggire, non l’ha mai fatto nemmeno davanti alla vita.”
Ray nutriva una fiducia cieca nel maggiore dei Way sin dai tempi dell’Accademia.
“Quindi Frank non ha ragione?”
“Frank è una testa calda, per lui tutto dovrebbe essere fatto immediatamente.”
“E’ un grandissimo idiota impulsivo, vero?”
“Il migliore dei passionali.”
Anche il più cinico e diretto, a essere sinceri.
Restavano lì, a guardare il tramonto su Londra dalla scalinata di St. Helena.
Al calar del sole si sarebbero rifugiati tra quelle mura sacre e lì avrebbero atteso il sermone di un prete pagano dallo sguardo disperato e colpevole.
Gerard era un leader per vocazione ma un perdente per natura, uno di quelli che a vederlo per strada gli avresti solo riso alle spalle e che a vederlo parlare da un pulpito ti faceva sognare.
Puoi mettere nelle mani di un altro uomo la tua vita?
Qualcuno lo faceva con una donna, loro avevano scelto di farlo con chi rappresentava i loro sogni in terra.
Note dell'autrice.
(2) La frase riprende la citazione "Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita". (c) Rita Levi Montalcini