| Keiko ( @ 2008-09-20 15:22:00 |
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[RPF: My Chemical Romance] Noi, che non ci guarderemo indietro mai (1/5)
Titolo: Noi, che non ci guarderemo indietro mai
Fandom: My Chemical Romance
Personaggi: Ray Toro, Bob Bryar, Gerard e Mikey Way, Frank Iero, Jamia Nestor
Parte: 1/5
Rating: Arancione
Warning: AU (sci-fi) Steampunk, drama
Conteggio Parole: 20597 (intera storia)
Riassunto: Inghilterra, A.D. 2051. Sono passati duecento anni dalla monarchia della regina Vittoria eppure il Regno Unito – a cui sono annesse le colonie Indiane – è ancora chiuso nell’ostracismo orgoglioso della convinzione di poter essere indipendente dal resto del mondo. Chiuso in un Ottocento Vittoriano a livello morale e sociale, le innovazioni tecnologiche sono arrivate all’Ottava Rivoluzione Industriale, in un processo slegato totalmente da quello del resto del mondo. L’attuale regina – Vittoria Elizabeth III – sta attuando un ennesimo giro di vite che restringa ulteriormente la libertà del suo popolo, avviando il Regno Unito forse verso la dittatura. Mentre il divario tra l’aristocrazia e il proletariato diviene sempre più profondo e gli intellettuali sono succubi del perbenismo della Quarta Epoca Vittoriana, qualcuno cerca di porre fine all’embargo nell’unico modo possibile: la rivoluzione.
Note: Fanfiction scritta per la III Disfida de "I Criticoni", Brainstorming. Il titolo della fanfiction riprende quello dell'omonima canzone dei Negrita.
Disclaimer: I My Chemical Romance (Gerard Way, Mikey Way, Bob Bryar, Frank Iero e Ray Toro nella loro ultima formazione) e Jamia Nestor (storica fidanzata e ora moglie di Frank Iero) ovviamente non mi appartengono. Sono persone realmente esistenti, con cui ho voluto giocare un po', usando eventi storicamente accaduti e la mia fantasia di fan. Ma si tratta di eventi di PURA FANTASIA (ovviamente, visto il contesto in cui si svolgono i fatti), destinati al diletto ed all'intrattenimento di altri fans. Non si persegue alcun intento diffamatorio o finalità lucrativa.
Nessuna violazione dei diritti legalmente tutelati in merito alla musica ed alla personalità degli artisti succitati si ritiene dunque intesa.
“Che mondo di merda.”
Frank aveva inspirato una boccata di fumo, le gambe che ciondolavano a qualche centimetro dal pavimento, mentre fissava i giochi di luce che i raggi del sole costruivano filtrando attraverso le vetrate istoriate.
“Ehi Gee, pensi che stasera verranno? Il coprifuoco è stato anticipato al tramonto a causa degli ultimi movimenti di protesta. Ormai ci siamo.”
Seduto con la schiena rivolta verso il rosone principale, le mani puntellate sull’altare, continuava a parlare al ragazzo che sedeva poco più in basso, sui gradini che un tempo separavano il pulpito dalla navata principale della chiesa.
“Siamo stati fortunati a trovare questo posto, vero?”
Gerard non si era preso il disturbo di guardarlo in volto, limitandosi a fissare il pesante portone di legno scuro.
Lì, ovunque guardassi, potevi vedere cose che a stento – cinquant’anni prima – avresti potuto anche solo immaginare. L’Inghilterra dell’anno 2051 era il classico caso in cui la realtà aveva superato la fantasia e non c’era nulla, dopo le guerre coloniali in India dell’Ottocento, a poter cambiare le sorti della politica inglese.
L’egemonia anglosassone, indirizzata verso le Indie Orientali, fece si che la Regina Vittoria – quasi duecento anni prima – obbligasse l’intero Regno a un patriottismo forzato, a un embargo perpetuo con il resto del mondo. Solo Hitler aveva cercato di minare la chiusura interna inglese bombardando Londra, con il risultato dell’entrata in guerra dell’intero Regno Unito.
Erano passati più di duecento anni da quando la regina Vittoria aveva alzato il proprio scettro sull’Inghilterra e attualmente, l’intero Impero Britannico era governato da una sua diretta discendente – per ironia della sorte, ne portava il medesimo nome - che aveva proseguito l’opera puritana iniziata nel Primo Periodo Vittoriano portandolo alla sua Quarta Era.
Nei fatti, mentre il resto del mondo progrediva grazie a innovazioni tecnologiche avanzatissime, l’Inghilterra si era ancorata agli ideali del suo Ottocento, saldamente e morbosamente attaccata ai vincoli morali che la regina Vittoria aveva imposto e che, per contro, nemmeno le teorie di Darwin erano riuscite a scalfire.
Il Regno Unito si era chiuso in sé stesso, imprigionandosi nel proprio superbo orgoglio di indipendenza dal resto d’Europa dovuto alla sua connotazione geografica.
L’ultima rivoluzione industriale – l’ottava – aveva portato grosse innovazioni soprattutto in ambito medico e scientifico, sperimentando quella che divenne la Prima Macchina per il Teletrasporto. Sarebbe stata presentata all’Expo di quello stesso anno al Crystal Palance dove, esattamente duecento anni prima, la regina Vittoria espose le ricchezze delle Indie.
Ora, tutto ciò che sarebbe stato esposto, sarebbero state macchine a vapore di ultima generazione, auto in grado di utilizzare l’energia eolica e altre amenità simili.
Erano figli della Rivoluzione loro, il prodotto imperfetto di anni di devastazioni del Regno.
Erano ciò che ci si poteva aspettare alla fine del tutto, quando le guerre passate divennero la giustificazione mistificata del loro presente.
“E’ sempre la solita storia, Frank. Se hai i soldi ottieni tutto.”
“Noi non abbiamo soldi, Gee. Non tutti, almeno.”
Aveva sospirato gettando a terra il mozzicone della sigaretta ancora acceso, sollevando lo sguardo sulla volta affrescata dell’alta cupola.
Ovunque si trovasse, che fosse a casa di suo padre o seduto nel salotto di qualche dandy da strapazzo, il suo pensiero cadeva sempre lì, in quell’alcova che condensava al suo interno utopie e ideali ormai caduti.
Tutto ciò che la Regina aveva proibito li aveva fatti sentire vivi ogni volta che erano riusciti nell’intento di organizzare quel qualcosa che violava il puritanesimo nel quale aveva gettato l’Inghilterra.
“Sai cosa c’è di sbagliato Frank? Che noi apparteniamo all’alta borghesia, a quel ceto che potrebbe salvare i proletari e invece, preferisce ignorarne l’esistenza.”
“Però con le puttane ci andiamo a letto, eh?”
Laconico e crudo, spietato nella veridicità delle proprie parole, Frank centrava quel bersaglio che Lord Way riusciva a mancare solo di poco, con il preciso intento di fallire.
La vittoria, infatti, non consisteva nello scodellare davanti a quei venti rampolli dell’alta società la mediocre realtà che avrebbero cambiato prima di morire, ma nell’atto supremo di raccogliere quelle menti illuminate e dotarle del libero arbitrio che la politica aveva tolto loro.
Nemmeno la Regina fosse Dio.
Quanti – dei cittadini dell’Inghilterra – potevano vantare una chiesa a proprio servizio, facoltosi giovani di belle speranze e il potere necessario per realizzare il proprio sogno a una spanna di distanza da sé?
Probabilmente solo i venti che si riunivano lì tre volte la settimana con i più svariati pretesti.
Il coprifuoco imposto dalla Vigilia di Natale risultava però un problema.
Un enorme problema.
Se già era difficile per le poche donne del gruppo uscire di casa, ora era pressoché impossibile.
“Tuo fratello è di nuovo in ritardo eh?”
“Immagino sia andato a chiedere al padre di Beth il permesso per una passeggiata lungo il Tamigi.”
“Miss Wordsworth sarà dei nostri stasera?”
“Se Mikey riesce a strapparla da quell’alcova di serpi in cui vive sarà un miracolo.”
“Tuo fratello ci metterà nei casini, lo sai? Io non mi fido di quella e nemmeno tu. Perché farle proseguire gli incontri con gli altri?”
“Perché lei sembra credere nella causa, perché suo padre fa donazioni senza chiedere dove finiscano i suoi bigliettoni e perché Mikey con lei sembra felice.”
“Non vorrà sposarla, vero?”
“Perché non ti fidi di lei?”
“L’hai vista? E’ una serva indiana, Gerard. E come tutti gli indiani, che a te piaccia o meno, cercherà di distruggerci.”
“Smettila con questi discorsi del cazzo, Frank.”
“Lo sai anche tu che quelli usano la magia. Quei riti strani, tutte quelle parole in una lingua sconosciuta…lei è la figlia illegittima di Wordsworth, nipote di non-so-quante-generazioni di quel Wordsworth. Quello che ha tradito il Romanticismo per la Regina. God save the Queen, vero Gee?”
“Ne discuteremo con gli altri non appena arriveranno.”
“Ammesso che qualche poliziotto non li inchiodi per strada.”
“Sono quasi tutti giovani figli dell’alta borghesia, cosa credi possano fare?”
“Quello che farebbero a te o a me, ti pare? Se ci scoprono siamo morti Gee.”
“Non più di quanto lo possano essere quelli delle Logge.”
“Con la differenza che loro sono uomini d’affari con nomi importanti sulle targhe dei propri studi, che vogliono guadagnare il triplo di quel che possiedono attualmente nel modo più facile, che non hanno idee di rivoluzione per la testa e sono sotto la protezione della Regina.”
“Come ti definiresti Frank?”
“Sovversivo. E tu?”
“E’ qui che sbagli. Io mi definisco un romantico vendicativo. Sarà la differenza che ci porterà molto in alto.”
“O nelle fogne di Londra.”
“A te la scelta Frank.”
“A me, vero? E’ sempre così con te: mi aduli con parole indecenti e poi mi dici di scegliere. Io voglio una fottuta rivoluzione. La voglio e l’avrò, con o senza di te.”
“Da solo non la potrai fare, Frankie.”
Aveva adottato il tono conciliante da fratello maggiore che riusciva a mandarlo su tutte le furie.
Con quel sorriso enigmatico che gli dipingeva le fossette agli angoli della bocca, stretto in quelli che erano i colori del Movimento, Gerard sembrava l’angelo della guerra.
“Secondo te esiste il destino, Gee?”
“Quale? Quello che muove la storia o le nostre esistenze?”
“Quello che ci fa incontrare le persone importanti della nostra vita. Siamo predestinati?”
“Lo scopriremo quando muoveremo il nostro attacco.”
Era così Gerard: un secondo prima ti diceva di essere diplomatico e poi sfidava in duello il dandy idiota che ti aveva calunniato.
Poi calunniare Frank Iero era anche abbastanza semplice: passionale, allegro, senza peli sulla lingua, era ciò che di più vicino vi era, in tutta Londra, a una sacra bocca della verità.
Era il figlio disgraziato di una famiglia altolocata della media borghesia, era quello che aveva frequentato un collegio cattolico in un mondo di protestanti per anni, salvo poi rinnegare quel Dio che gli mostrava donne e bambini segregati in fabbriche come animali.
Frank era la macchia scura che gravava sulla reputazione degli Iero perché in tutta Londra, chiunque sapeva che il giovane amava vivere nel modo sregolato degli esteti. I più si limitavano ad archiviarlo come l’ennesimo intellettuale ma ciò non cambiava il nocciolo della questione: troppi eccessi – lampanti e palesi, come il mostrarsi lungo i vicoli dei sobborghi di Londra a notte fonda chiaramente ubriaco – di dubbia moralità.
Prima o poi ci sarebbe stato un richiamo da parte della Regina: accadeva sempre quando qualche membro delle famiglie più agiate rischiava di intaccare il puritanesimo solo superficiale della società.
“Guarda un po’.”
La porta della Chiesa si era dischiusa mostrando l’illuminazione fioca delle lampade ad olio lungo la strada, mentre sul marmo gelido del pavimento facevano capolino passi esitanti.
“Siete un fedele?”
Frank era sceso dall’altare con un salto, affrettando il passo verso lo sconosciuto: la parola d’ordine, per gli accoliti, era sempre la stessa.
Alla domanda di Mr. Iero dovevano rispondere “Dio salvi la Regina”, una delle cose che Gerard gli aveva concesso per assecondarlo. Bastava poco per avere una persona dal cuore puro come Frank vicino, perché le persone con gli ideali più grandi sono anche quelle che ti danno tutti sé stessi quando lottano per una causa.
Quando avevano deciso di creare quel gruppo di giovani aristocratici ancorati all’ideale romantico per non cadere nelle reti dell’illuminismo scientifico, Gerard non avrebbe mai creduto che aderissero così tanti individui.
Non appartenevano alla Loggia né a qualche altro gruppo analogo, eppure qualcuno aveva saputo e li aveva cercati, chiedendo di prendere parte a quegli incontri frequenti e meticolosi in cui Gerard parlava per ore senza stancarsi mai.
“Dio salvi la Regina.”
Qualcuno aveva fatto la spia, evidentemente, perché quella ragazzina vestita di stracci non era una che poteva restare lì dentro passando inosservata.
“La regina è già condannata.”
“E da quando la casa di Cristo non accetta i suoi umili fedeli?”
“Da quando…”
“Falla entrare.”
Frank – nella penombra della fessura tra i due battenti del portone – l’aveva fissato con sarcasmo per poi lasciar passare quella che, a un’occhiata più approfondita, era indubbiamente una donna.
Magra, pallida tanto da essere spettrale, vestita con un lungo abito candido ormai ingrigito dai lavaggi e dallo sporco che inondava le strade e i capelli di un biondo cenere dannatamente triste, ma era una donna e non una ragazzina.
“Posso restare?”
“Il conforto della fede non si nega a nessuno.”
Aveva rivolto un sorriso triste a Gerard, un qualcosa che a Frank ricordava la stessa voglia di piangere che intravedeva nello sguardo dei lavoratori delle fabbriche a notte inoltrata. Loro piangevano con gli occhi, lei si limitava a farlo con un sorriso che non aveva nulla di radioso, nulla di dolce e solare come il suo, ma solo l’ineguagliabile increspatura ai lati della bocca che individuavano un tremolio trattenuto a stento.
“Grazie. Non darò disturbo.”
Si era seduta tra i primi banchi, fissando il crocefisso e Gerard seduto al di sotto dell’altare con il medesimo sguardo supplichevole: salvami.
“Vado a fare un giro a vedere se stanno arrivando gli altri.”
“E’ già scattato il coprifuoco ormai.”
“Non importa, a un uomo non si nega mai un giro per bordelli.”
“Dimenticavo questo particolare.”
“L’hai fatto volutamente come il solito.”
“Odio dover ricordare cose tendenzialmente disgustose.”
“Gee, il sesso non è mai disgustoso.”
“Se fatto per amore.”
“Se fatto per amore.”
Il più giovane dei due si era così diretto alla fine della navata, uscendo da una porticina laterale che nessuno avrebbe notato dall’esterno.
Gerard lo fissò allontanarsi per poi incollare lo sguardo della sconosciuta nel proprio.
“Allora, perché sei qui?”
“So cosa fate. Ho visto il via vai di gente vestita di velluto nero che entra ed esce di qui.”
“Vuoi denunciarci?”
“Voglio far parte di questo gruppo.”
“Perché?”
“Vedo sempre quello che è appena uscito di qui aggirarsi nella zona industriale. All’inizio credevo cercasse qualche tessitrice a cui offrire soldi in cambio di finto amore, poi mi sono resa conto che guardava. Restava fermo a osservare e non faceva altro per ore. Fissava gli operai che uscivano dalle fabbriche uno a uno, come se volesse ricordare per sempre i loro volti.”
“A Frank piacciono molto gli esseri umani. Nutre grande fiducia in loro.”
“E tu no?”
“Io no.”
“Li salverete?”
“Se vorranno essere salvati.”
La ragazza aveva sospirato appoggiando la schiena al duro schienale del banco della chiesa, le mani strette in grembo ricoperte di tagli e le dita – talmente magre da poter contare una a una le falangi – che terminavano in unghie scheggiate e sporche.
“Chi ti dice che noi siamo i buoni?”
“Non esistono bontà o cattiveria al mondo. Solo persone con intenzioni migliori di altre.”
Gerard le si era avvicinato costringendola in uno spazio che era quello che il suo corpo occupava sulla panca di legno - le mani del ragazzo strette sullo schienale oltre le sue spalle - ma lei sembrava non avere paura.
Non più di quanta non potesse fargliene la vita.
“Non sei una proletaria vero?”
“Si, la sono. Ti sembra che un’aristocratica possa permettersi di andare in giro ridotta in questo stato?”
Aveva scoccato una rapida occhiata allo chiffon sudicio, all’organza strappata e ricucita in più punti per conferire all’abito un’aria il più possibile ordinaria senza riuscirvi: quello era indubbiamente un abito da sposa di ricca fattura.
“Devi sposarti per caso?”
Lei era arrossita vistosamente ma non si era scomposta, limitandosi ad abbassare lo sguardo sulle proprie mani che stringevano in modo frenetico un lembo di organza che avrebbe dovuto ricucire alla fodera sottostante per non perderlo per strada.
“Era l’abito di mia madre. E’ l’unica cosa che posso permettermi di indossare ora.”
In quel momento, mentre i primi passi riecheggiavano sul selciato della chiesa, Gerard era consapevole che non sarebbe riuscito a sapere nulla di più di quella misteriosa ragazzina – perché anche ad avere vent’anni, aveva l’aria di un bambino spaurito – che gli era piovuta tra le braccia come un segnale di Dio.
Qualunque Dio esistesse – fosse quello dei protestanti, dei cattolici o degli induisti – poco importava: aveva tra le mani una lavoratrice delle fabbriche.
Quello che avevano cercato per mesi senza riuscire a trovarlo, quello che Frank aveva atteso invano davanti ai pesanti portoni scorrevoli – tra sbuffi di vapore rovente e nebbia densa come gelatina – dei sobborghi industriali, ora si trovava nella loro chiesa: era il segnale di inizio alla rivoluzione.
Qualunque fosse stata, comunque fosse andata: era la nota iniziale della loro maestosa canzone.
I vicoli attorno alla chiesa di St. Helena erano deserti. Dopo il coprifuoco era pressoché impossibile vedere qualcuno uscire di casa oltre gli orari imposti dalla legge e solo chi pagava fior di quattrini per permessi a scadenza mensile poteva permettersi di passeggiare indisturbato oltre l’orario consentito.
Questo aveva portato, in brevissimo tempo, gli aristocratici della Loggia a radunarsi prima del tramonto nelle case dei privati o nei circoli letterari, ed erano rari quelli disposti a pagare per concedersi il lusso di assaporare la bellezza di Londra nel fiore di una solitudine notturna.
I proletari, invece, vivevano nelle fabbriche quelle notti fatte di rumori assordati in periferia e di quiete surreale nel cuore cittadini.
A quel che aveva scoperto, le fabbriche avevano smesso di spegnere i macchinari aumentando di due volte almeno la produzione: a rotazione settimanale i proletari lavoravano, alternativamente, nelle ore diurne e in quelle notturne, di modo da poter ottimizzare il tempo e raddoppiare la quantità di prodotto finito disponibile da immettere sul mercato.
Dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba, in un cerchio senza fine fatto di mani rotte dalle piaghe e schiene spaccate dal lavoro: vite, in cambio di profitto.
Sicuramente la Camera dei Lord aveva valutato attentamente l’aspetto economico del nuovo decreto sulla Libera Uscita: se a prima vista quello avrebbe dovuto essere un modo per rimpinguare le tasse dello stato attraverso i permessi elargiti, in verità era solo una copertura malriuscita per lo sfruttamento del lavoro.
Le mani affondante nelle tasche dei pantaloni eleganti, la cravatta cremisi che oscillava nel vento di febbraio, Frank Iero continuava a fissare il selciato in cerca di un suono che non fosse quello proveniente dalle abitazioni affollate di disperati che si snodavano lungo la periferia.
“Non dovresti essere in giro a quest’ora. Se ti trovano sei fottuto Frankie.”
Indubbiamente, la voce inconfondibile del più importante proprietario terriero di tutta la zona sud di Londra l’aveva destato dal proprio malumore.
“Io ho un permesso, tu al massimo puoi essere sbattuto dentro solo per quei capelli assurdi che ti ritrovi, Ray. A conti fatti, saresti tu quello sfottuto o sbaglio?”
Il viso del ragazzo si era aperto in un sorriso divertito, accompagnato da una pacca sulla spalla dell’amico.
Poco ma sicuro, il vigore di Ray Toro era alquanto encomiabile: di certo, era il più atletico e meno emaciato di tutti loro.
Se i quattro residui leader del Movimento erano una quasi-omogenea macchia di impostazione anti-vittoriana soprattutto a livello intellettuale – sfoggiando anche un’aria malaticcia da topi di biblioteca - Ray Toro era quello che invece confermava quanto bizzarro fosse il destino e come le strade possano intersecarsi in modo del tutto anomalo, in un dedalo da cui è impossibile uscire intatti.
Ray e Bob erano il ritratto della salute e, per quanto Frank si sforzasse di interpretare la figura del giullare, erano molteplici le occasioni in cui si era ritrovato ancora una volta, in un letto d’ospedale moribondo.
“E’ arrivata una tipa strana alla chiesa.”
“Da quando ti fanno paura le donne Frankie? Sappiamo tutti quanti che tu sei follemente e disperatamente innamorato di Miss Nestor, ma questo non toglie il fatto esistano anche altre donne al mondo.”
Frank era il più adorabile bugiardo dell’intera Londra: a parole pareva l’erede di Casanova – e nessuno di quelli che lo ascoltavano avrebbe mai potuto affermare il contrario, sulla base dei suoi discorsi sull’effimera durata dell’amore o i suoi innumerevoli dibattiti a favore della prostituzione – salvo poi aver legato il proprio cuore alla figlia dell’avvocato Nestor.
Jamia incanalava la quint’essenza dello stereotipo della donna vittoriana, cercando però di agguantare tutte le possibilità che potevano farla sentire viva.
Se per Frank il sentirsi vivo era ubriacarsi nei circoli artistici, andare alle serate del Movimento e combattere per una causa utopistica, Jamia si attivava nel modo opposto: faceva volontariato in un orfanotrofio, insegnava in una scuola inferiore e amava la regina.
Chiunque conoscesse i due si chiedeva cos’avessero in comune che potesse permettere loro di unirsi in matrimonio se non i reciproci fondi in banca.
Ma Frank sembrava davvero coinvolto da Jamia, a tal punto da dedicarle quadri e poesie, mentre lei si limitava ad arrossire e ringraziarlo, come se fosse quasi un sacrilegio quell’arte emotiva priva dell’orrenda censura perpetrata dal governo.
“No, è che qualcuno ha fatto la spia: conosceva la parola d’ordine.”
“Ehi Frank, chiunque violi il coprifuoco e si aggiri per St. Helena può scoprirlo. Senza che sia una spia. Credi che qualcuno possa sapere quello che stiamo facendo?”
“Penso che potrebbe iniziare a insospettire questo coinvolgimento assiduo all’interno di St. Helena.”
“Sai quanti circoli letterari sorgono a Londra ogni giorno? Decine.”
“E almeno la metà sono la copertura di qualche Loggia Minore non affiliata alla Grande Loggia di Londra eh? Andiamo, chiunque capirebbe che qualcosa non va entrando a St. Helena.”
“E cosa? Poesie? Testi di canzoni? Paragrafi interi di vecchi canti romantici? Siamo puliti.”
“Se qualcuno fosse scaltro capirebbe le metafore di tutti quei diari tenuti dai membri, Ray. E sai perfettamente che il romanticismo è vietato. Qualsiasi opera di quel periodo è ritenuta amorale e, come tale, è stata bandita.”
“La biblioteca della chiesa fa appunto al caso nostro. Hai paura Frank?”
“Stronzate Ray, ma odio pensare che tutto vada a catafascio per colpa dell’amorevole carità di Gee.”
“Addossi ogni colpa a Gerard, come se dipendessero solo da lui. Dipendono da tutti e cinque, invece. Perché l’abbiamo scelto come nostra guida non significa che sia solo lui a decidere, sbagliare, vincere o perdere. Dagli fiducia Frankie.”
Voleva bene a Gerard quanto a un fratello, eppure temeva per la sensibilità che lo portava a ubriacarsi sino dal mattino per arrivare solo parzialmente sobrio alla sera, abbastanza lucido da tenere i discorsi del Movimento e poi crollare.
Senza Bob, Gerard si sarebbe distrutto.
Se avessero perso, Gerard sarebbe stato schiacciato dal senso di colpa per averli gettati tutti nella merda.
Quello era il motivo per cui Frank non avrebbe mai lasciato Gerard: la certezza che il ruolo di leader gli andasse spesso dannatamente stretto, come il cappio legato al collo di un impiccato.
La sconosciuta sedeva in prima fila - unica pennellata di bianco su una distesa di giacche in velluto nero e vestiti femminili dello stesso colore – tra aristocratiche velate e giovani attenti alle parole di Gerard.
Dall’abside, il maggiore dei fratelli Way stava per introdurre il dibattito della serata mentre Frank Iero, Bob Bryar, Ray Toro e Mikey Way si erano posizionati dietro di lui con le mani conserte in grembo.
In piedi, posti a corolla attorno a Gerard, con le cravatte vermiglie che spiccavano sul nero degli abiti, Mikey – con gli inconfondibili anfibi a spezzare l’eleganza del completo – fissava quel tocco stonato di bianco sporco.
Erano i fondatori del Movimento – quella chimica romantica che non aveva nome ma che bastava additare con quell’appellativo generico per indicarne i valori – a tirare le fila del futuro dell’Inghilterra.
O quanto meno, provarci.
Ognuno a modo proprio aveva reagito alle ristrettezze del governo con altrettanto fervore: un fervore che aveva un che di religioso, trasformando il proprio fulcro nel motivo di un’esistenza degna di essere vissuta.
Ognuno esasperando sé stesso, storpiandolo in una parodia di sé: era quello che occorreva fare per deviare i sospetti e non cadere prima ancora di combattere.
Ognuno, pronto a morire per poter vivere.
“Abbiamo finalmente la conferma di ciò che attendevamo: l’Esposizione Universale si terrà al Crystal Palace, per festeggiare il bicentenario dell’Expo del 1851 che vide la regina Vittoria incoronata Imperatrice delle Indie. Se protestassimo in quel giorno avremmo buone probabilità di creare parecchi disordini e destabilizzare il governo.”
“Gerard, è impossibile: non abbiamo nessuno che possa guidare lo stato se non la Regina.”
La voce di Elizabeth squittiva in modo fastidioso e Frank si costrinse a non voltarsi a lanciare un’occhiata piuttosto eloquente a Mikey, trattenendo lo sguardo sul resto della folla.
Come faceva a trovare belli quei lineamenti sgraziati nel viso, i capelli corvini ispidi o, peggio ancora, quella voce stridula?
“Beth, cosa proponi? Siamo in grado di gestire un governo temporaneo nel caso, ma quello che vogliamo è cancellare tutto questo proibizionismo. Ti senti davvero libera?”
“E’ sempre stato così. Cosa c’è che non va nella nostra società, Gerard? Guardiamo in faccia la realtà: tutto è perfetto.”
“Ti accontenti dell’apparenza, Miss Wordsworth. Non sei in grado di combattere, proprio come quello della tua famiglia che ha tradito ciò che lui stesso aveva creato. Gente come te non ci serve qui dentro. Hai mai scavato sotto la tua perfezione?”
Frank era intervenuto dalla sua postazione, fissando la giovane indiana in viso.
Beth continuava a muoversi sul proprio posto, cercando di mantenere invano la parvenza di un contegno: Iero, che predicava la libertà, aveva alzato la voce zittendola portandole alla mente il ricordo di un’educazione in cui l’uomo era padrone e la donna, un angelo senza ali chiuso nella gabbia dorata di un focolare domestico.
“Che differenza c’è tra me e te, Frank? Da cosa si differenzia il tuo zittirmi con arroganza e la costrizione a sposare un uomo per il quale sarò solo una bambola da esibire alla società londinese? Non sei diverso da coloro contro cui lotti. Ne sei il prodotto, Iero.”
Mikey taceva, fissando Elizabeth senza una particolare espressione.
Il minore dei fratelli Way aveva capito perfettamente dove si annidava il problema e da dove sarebbero nati quelli futuri, così come sapeva perfettamente che tutto ciò era prevedibile, ma pure necessario per mandare avanti il Movimento: in guerra, così come in amore, tutto era permesso.
Lui ora era in guerra e niente avrebbe potuto causargli un qualsiasi cedimento, non ora che vi era un doppio tradimento alle porte.
Nulla che non fosse qualcosa di vitale quanto la sua libertà: persino l’amore poteva passare in secondo piano.
“Qui dentro non c’è distinzione tra uomini e donne, Elizabeth. Dovresti saperlo.”
“Voi volete cacciarmi. Ora che avete ottenuto i soldi di mio padre credete di fare di me ciò che volete vero?”
Gli occhi di tutti erano puntati su di lei, la prima donna del Movimento.
Molti si erano chiesti cosa potesse unire Beth all’ideale romantico che albergava nel cuore di ognuno di loro e tutto era stato risolto con la riposta più classica: l’amore per Mikey Way.
Che Mikey fosse il più idealista del gruppo era innegabile: se da un lato l’idealismo di Frank era un’utopia che esternava con poca grazia e spesso con la spavalderia che lo contraddistingueva, Mikey lo viveva in modo silenzioso, racchiudendo dentro di sé ogni emozione che esternava con lunghe ore di scrittura.
Era il meno impulsivo, quello che aveva consigliato a Frank di chiedere a Jamia di sposarlo prima dell’azione del Movimento, se voleva tenerla stretta.
Era quello che si perdeva dentro l’utopia generata dai sogni di suo fratello, più che tentare di attuarla.
Per quanto fossero differenti, i fratelli Way erano l’uno il proseguimento dell’altro, mente e parola che si univano per generare quella scossa sottocutanea che serpeggiava tra i presenti ogni volta.
Mikey scriveva discorsi e poemi e Gerard li suonava con la propria voce.
“Elizabeth, se esci di qui sai cosa ti aspetta.”
“Non sapete cosa spetta a voi.”
Si era sollevata in piedi impettita, ma prima che potesse anche solo muovere un passo alcuni dei membri del Movimento bloccarono le porte della chiesa.
“E così siete tutti contro di me? Tutti quanti? Vi odio, vi odio tutti…voi, folli reazionari antimonarchici! Chi credete di prendere in giro? Chi? Credete che non sappiano di voi alla Loggia? Aspettano solo che usciate allo scoperto per ammazzarvi come cani alla forca!”
“Lasciatela andare. Ha già parlato, è inutile trattenerla. Verrebbero a cercarla in ogni caso.”
Mikey le si era avvicinato lentamente percorrendo la navata principale della chiesa, attraversando una folla di fedeli che sembravano spettatori straziati intenti nell’offrire l’ultimo addio a un feretro funebre. Le aveva posato sulla guancia una carezza – quando lei si attendeva solo uno schiaffo che avrebbe ricevuto in silenzio convinta di meritarlo -, lo sguardo ferito.
“Perché non mi fermi?”
Non piangeva Elizabeth, il suo era l’ennesimo capriccio di chi possedeva sempre tutto ciò su cui posava gli occhi.
Ma non poteva farlo con Mikey.
“Stasera io ho aspettato.” (1)
“Qual’è la cosa peggiore che potrei dire?
Le cose andranno meglio se resto
Arrivederci e buonanotte.”
“C’era un tempo in cui piangevi per ogni stella cadente.
Noi siamo quelli feriti che hai venduto e sai cos’è il peggio?
Per ogni cuore che spezzi sei sul filo di un rasoio. Stai rischiando Beth..”
“Possiamo lasciare la terra insieme?”
“Quando uccidi un sogno poi non puoi pensare di ricostruirlo, Beth. Uccidere un sogno equivale a ucciderne il possessore.”
In fondo, Mikey a loro due ci credeva. Per quanto fosse diffidente, qualcosa gli diceva che quei profondissimi occhi scuri erano ciò di cui aveva bisogno per andare avanti.
I classici pensieri di un idiota romantico: anche Frank probabilmente pensava la medesima cosa quando guardava Jamia negli occhi.
Elizabeth piangeva in silenzio, fiera nella sua posizione eretta, lo sguardo puntato sul viso di Mikey.
Le lacrime non l’avrebbero ammorbidito e in mezzo a quel silenzio irreale – interrotto solo dal teatrale gesto di Marissa Hernshaw che si tamponava gli angoli degli occhi da sotto la veletta, da cui spiccavano labbra rosso fuoco e capelli di un vivissimo biondo raccolti meticolosamente sulla nuca - poteva scegliere se restare o andarsene per sempre. Restare significava perdere la reputazione e con essa, i rari privilegi di aristocratica e la vita agiata che possedeva.
Lasciare significava perdere Mikey per sempre e tradirlo, ma avere la certezza di un futuro.
Prendere o lasciare e lei, avrebbe lasciato.
Non era fatta per il vivere alla giornata, aveva bisogno di qualcuno che le desse la sicurezza – qualunque essa fosse - di un domani.
Aveva bisogno di concretezza e non di sogni ad occhi aperti.
Non avrebbe dovuto innamorarsi di Mikey Way, ecco tutto.
Le spalle avevano toccato il portone della chiesa ed era uscita chiudendo dietro di sé quel mondo talmente differente dal proprio da intimorirla e destabilizzarla, facendola sentire vulnerabile.
Una bambina senza guida.
Un’anima senza cuore, ora.
Il tempo avrebbe lenito tutte le ferite e suo padre, per certo, aveva un partito migliore di Mikey Way da offrire a sua figlia.
D’altra parte erano i matrimoni di convenienza la prassi, perché l’amore era puramente fantasia dei libri.
L’amore, in Inghilterra, non era altro che un lusso per pochi.
I più si accontentavano soltanto di ciò che la vita gli concedeva, senza lottare per avere ciò che desideravano realmente.
Note dell'autrice:
* Elizabeth Wordsworth è caratterizzata sulla base dell'immagine n° 006.
(1) Il dialogo fra Mikey ed Elizabeth è un pezzo della canzone "Helena" (c) My
Chemical Romance. La scena ambientata nella chiesa di St. Helena, è altresì ispirata
al video dell'omonima canzone.
“Stasera io ho aspettato / Well I've been holding on tonight.”
“Qual’è la cosa peggiore che potrei dire? / What's the worst that I could say?
Le cose andranno meglio se resto / Things are better if I stay
Arrivederci e buonanotte / So long and goodnight.”
“C’era un tempo in cui piangevi per ogni stella cadente. / Came a time When every
star fall brought you to tears again
Noi siamo quelli feriti che hai venduto e sai cos’è il peggio? We are the very hurt
you sold And what's the worst you take, /
Per ogni cuore che spezzi sei sul filo di un rasoio. Stai rischiando Beth. / from every
heart you break And like a blade you stake.”
“Possiamo lasciare la terra insieme? / Do we deserve to leave the earth?”